Ludovica Ottaviani
Roma

Ludovica Ottaviani nasce a Roma nel 1991. Dopo la maturità classica e due lauree con Lode in Lettere (triennale in Arti e Scienze dello Spettacolo e magistrale in Editoria e Scrittura presso l’Università La Sapienza di Roma) approfondisce definitivamente quegli ambiti professionali nei quali si...

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                                                                  Un Anello di Fuoco

                                                                            - Parte 4 -

  «Tu… sei sempre il solito saccente, stronzo, socialista».

  «E tu la solita troia. Come vedi, siamo pari».

  Nell’angusto ascensore risuonò il rumore sordo di uno schiaffo. Isaac fissò la moglie, ansante. Lo aveva colpito in pieno volto con l’anello di fidanzamento girato, lo smeraldo contro la guancia dell’uomo. Quel che restava era un profondo solco largo cinque centimetri, dai contorni frastagliati, che sanguinava copiosamente inondando di piccole macchie il colletto della camicia dell’uomo.

  Isaac si limitò a fissare Zoe ancora ansante. Gli occhi sgranati. Il volto di lei contratto in una smorfia mostruosa, una maschera del teatro Kabuki.

  «Perdonami amore, io non… scusami amore, scusami tanto, davvero, scusa…»

  Zoe aveva iniziato a baciarlo sulla ferita. Il sangue stava tingendo le sue labbra come un rossetto, ma lei continuava a baciarlo, a soffocarlo di tutte quelle attenzioni che non gli aveva più concesso negli ultimi cinque anni. Isaac era imbambolato, vittima di uno strano incantesimo che lo rendeva inerme e impotente di fronte a quel macabro slancio d’amore; o semplicemente il Cuba Libre stava facendo sentire il proprio effetto dopo quasi ventiquattr’ore di veglia.

  Arrivarono al piano e, prima ancora di approdare in camera, stavano già seminando i propri abiti lungo il corridoio angusto.

  Quella notte fecero l’amore, con passione e trasporto, come non accadeva più da oltre un anno.

  Lei era… semplicemente bellissima. Alla luce dell’immensa luna piena che li sovrastava e che occhieggiava attraverso le persiane in legno, la sua pelle ambrata sembrava così… compatta, perfetta. Una sorta di bambola a grandezza naturale, una dea della perfezione crudele e spregiudicata, pronta a infliggere schiaffi e graffi perfino durante il rapporto, una crudele valchiria biondo miele che affiancava a un bacio appassionato un grido di piacere più simile ad un ruggito di guerra proveniente dalle viscere del Valalla.

  Una donna creola con lunghi dreadlocks raccolti in un turbante bianco e vestita dello stesso, accecante, colore rideva sguaiatamente mentre aspirava rapide boccate da un sigaro; un velo rosso scendeva improvvisamente avvolgendo la scena, incluso il volto di Michael Carmichael comparso all’improvviso a turbare la quiete della notte, mentre Zoe si lanciava in un sabba orgiastico con un imponente haitiano il cui volto era truccato di bianco, proprio come un sinistro teschio umano ghignante nelle tenebre.

  Strani sogni avevano assalito Isaac, costringendolo a svegliarsi; la fronte imperlata di sudore, l’orecchio teso per cogliere qualunque rumore. Ma dall’esterno non giungeva neanche un fiato, con la notte sempre più calda e l’aria praticamente irrespirabile. Zoe era sdraiata accanto a lui, nuda, nel letto: dormiva, il volto finalmente rilassato senza più nessun segno di astio o lotta. Si sfilò da sotto le coperte cercando di non fare il benché minimo rumore e, mentre si rivestiva velocemente assicurandosi che la pistola fosse ancora nella tasca interna della giacca, continuò a fissare la moglie addormentata.

  Splendida, spregiudicata venere della strada. O troia, come dicono i non letterati. Sapeva benissimo come raggirare un uomo, sembrava conoscere ogni mezzo lecito – o illecito – per farlo capitolare e per raggiungere, infine, i propri scopi.

  Da buon scrittore qual era continuò a fantasticare sulla propria consorte mentre scendeva in ascensore, mentre si sedeva di nuovo all’American bar guardandosi intorno, sorseggiando un bicchiere di rum dietro l’altro sotto lo sguardo vigile e indiscreto di Ramon, che lo teneva d’occhio a distanza di sicurezza.

  Il richiamo della notte fonda era allettante come il canto di una sirena sporcacciona: così, nonostante gli effetti del rum fossero già evidenti e la camminata più barcollante del solito, Isaac decise di assecondare il proprio istinto, lasciandosi alle spalle il Rio Claro e addentrandosi tra i vicoletti sudici, pittoreschi e silenziosi di Santa Clarita. Poche luci illuminavano il cammino degli stanchi viandanti dell’oscurità; un lampione faceva capolino ogni tanto, proiettando l’ombra giallognola della propria luce come porto sicuro per prostitute e spacciatori. La fauna locale sembrava mescolarsi a perfezione con gli sparuti turisti della Domenica, riconfermando ciò che Ramon gli aveva detto una volta arrivato: “tutto qui a Santa Clarita è discretamente insolito”.

  Un gruppo di ragazzini con vistose maschere e strane bamboline in mano lo travolse, facendolo barcollare; sarebbe caduto rovinosamente a terra, se non avesse intercettato all’ultimo momento il muro coperto di maioliche variopinte di una casa. Una di esse si staccò, frantumandosi una volta atterrata: pezzi di limoni, blu di Cina ed edere si sparsero al suolo.

  «Tutto bene, señor

  Una calda voce femminile aveva parlato alle sue spalle. Istintivamente, Isaac si voltò, incrociando gli occhi neri e senza fondo di una creola vestita di bianco.

                                                                     

                                                                 Un Anello di Fuoco

                                                                          - Parte 3 -

  La notte era statica; non un filo di vento, non un briciolo di brezza sospinta dal mare. Le foglie delle piante lussureggianti della reception erano ferme, in bilico nell’atmosfera polverosa. Le divise dei lobby boy erano sempre più intrise di sudore, i cappellini venivano poggiati sulle panche in legno della hall e il concierge si asciugava compulsivamente i baffetti radi con un fazzoletto di cotone grezzo. Quando adocchiò Isaac, fu combattuto tra l’istinto di abbassare lo sguardo facendo finta di niente oppure richiamare l’attenzione dell’uomo, come istintivamente fece.

  «Señor… la sua consorte, la Sig.ra Bloom, l’ha preceduta all’American bar».

  «La ringrazio…»

  «Ramon. Ramon Saint Just».

  «Saint Just… insolito»

  «Tutto qui a Santa Clarita è discretamente insolito, señor. Se ne accorgerà pian piano».

  Il sorriso accogliente di Ramon nascondeva, agli occhi di Isaac, un’inquietante nota sinistra. Come le belle unghie laccate di rosso di una donna che scivolano su una lavagna. Uno stridio inesistente riempì immediatamente le orecchie dello scrittore che fu costretto a scacciarlo via con vigore.

  «Tutto bene, señor

  «S…sì… domattina può svegliarci intorno alle otto? Siamo di partenza».

  «Di già? Ma è un peccato trattenersi così poco a Santa Clarita…»

  «Abbiamo un resort prenotato a Bahia per dopodomani, ci ha già pensato il mio agente. Questa è stata una… deviazione fuori programma».

  «Capito».

  Isaac osservò ancora una volta il sorriso sinistro di Ramon, i denti radi e spaziati. Per un istante si perse in quei vuoti, prima di accennare un sorriso a sua volta dirigendosi verso l’american bar del Rio Claro.

  Tra le poche teste coperte da cappelli di Panama chiari e gli abiti estivi leggeri che lo circondavano il suo sguardo si posò subito su Zoe che, come un’edera, protendeva naturaliter verso un misterioso avventore che le stava facendo compagnia.

  Seduto su un divanetto bianco di vimini c’era un distinto gentiluomo dall’accento britannico sulla quarantina, un coetaneo del sig. Bloom, una sorta di copia conforme dell’uomo ma in negativo – o in positivo: sbarbato, profumato, anello al mignolo sinistro, completo coloniale, capelli ordinati, corti e grandi occhi verdi. Trasudava eleganza e grazia, una leggerezza che la proiezione sbiadita di Isaac forse non aveva mai conosciuto.

Mentre si avvicinava alla consorte, l’uomo non poté fare a meno di notare la mano del misterioso gentiluomo che, fugacemente, sfiorava quella della signora Bloom.

  «Isaac…! Michael, questo è Isaac, mio marito».

  «Piacere, sig. Bloom» lo straniero tese, con aria affabile, una mano «vostra moglie mi ha parlato molto di voi e del vostro lavoro… mi sembra quasi di conoscervi da sempre».

  Sorrise, e il suo sorriso era una rassicurante luce nella notte oscura e tempestosa dei marinai. Un faro nelle tenebre. Accogliente.

  Una minaccia infida per Isaac.

  «La ringrazio, sig…?»

  «… Michael Carmichael, sì lo so, i miei genitori non hanno brillato per arguzia quando mi hanno battezzato!»

  La battuta fece ridere di gusto Zoe. Erano cinque anni che Isaac non sentiva il suono della sua risata, si era perfino dimenticato che nota avesse.

  Anche Isaac si sedette nel salottino di vimini.

  «Allora, sig. Bloom…»

  «Isaac».

  «Isaac… e così, siete uno scrittore».

  «Così dicono».

  «Genere?» Michael si accese una sigaretta.

  «Quello che capita. Dipende dall’ispirazione del momento. O dai soldi».

  «Siete uno di quelli che scrivono per denaro, sig. Bloom?»

  «Chi non fa cose per denaro oggigiorno, Sig. Carmichael?»

  Si fissarono. L’avventore venuto da lontano sorrise.

  «Touché Isaac… avete ragione. Io per esempio gestisco una piccola piantagione di canna da zucchero a nord di Brasilia, e non vi nego che posso permettermi un certo tenore di vita solo grazie agli introiti che ottengo».

  «Dal lavoro degli altri».

  «Prego?»

  «Gli introiti che ottenete… ma dal lavoro degli altri. Sfruttando la manodopera dei vostri braccianti».

  «Isaac, non credo che il sig. Carmichael – Michael – possa gestire da solo un’intera piantagione… coltivare non è proprio come scrivere».

  «Ma c’è tanta brutta letteratura in giro che suggerisce il contrario».

  «Siete un uomo di spirito, sig. Bloom».

  «Isaac».

  I due uomini si lanciarono una rapida occhiata di sottecchi prima di ordinare un Cuba Libre, un Godfather e un Martini On the Rocks.

  Solo quando arrivarono i cocktails ripresero a conversare amabilmente, almeno nei limiti della situazione. Non solo Isaac si era accorto che Ramon li aveva tenuti d’occhio per tutto il tempo, ma aveva notato gli sguardi fugaci che Zoe rivolgeva a Michael, con quegli occhi color ambra sempre pronti a sedurre il prossimo.

  «Cuba Libre, Isaac? Non avrai simpatie “rosse”».

  «Apprezzare le premesse della rivoluzione cubana in un paese fuori dagli Stati Uniti non credo mi possa tacciare di “simpatie rosse”, Michael».

  «Ancora una volta touché. Non posso negare che anch’io provo una certa simpatia per l’utopia cubana, dopotutto».

  «Utopia?»

  «Isaac, smettila… Michael ha solamente espresso il proprio parere, e su un argomento discretamente insidioso…»

  «Dico solo che non mi sembra il termine più giusto per definire una rivoluzione, ecco tutto».

  Sorseggiarono in silenzio i cocktail, mentre in sottofondo la stanca orchestra si preparava a esaudire per l’ultima volta, nel corso della lunga serata, una delle richieste del pubblico.

La squillante e stonata tromba mariachi era inequivocabile.

Si trattava di Ring of Fire.

  «Mpf… Johnny Cash… io adoro, Johnny Cash» esclamò improvvisamente Zoe «è uno dei miei preferiti… non so se conoscete qualcuna delle sue canzoni…»

  «Certo» rispose subito Michael, avvicinandosi pericolosamente al volto della donna «chi non conosce Walk the Line

  Cominciarono a sogghignare all’unisono, complici, facendo tintinnare i bicchieri e rovesciando del Martini sul tavolino di vimini.

  «Io non la conosco».

  Zoe e Michael, rotto l’incantesimo, fissarono basiti Isaac.

  «Ma… tesoro, è impossibile… l’abbiamo sentita insieme milioni di volte… »

  «Allora semplicemente non la ricordo perché forse non amo Johnny Cash. Certe volte capita».

  «Di… non amare Johnny Cash? – domandò sorridendo, rilassato, Michael».

  «Di non amare le stesse cose. O di amare ciò che non ci appartiene».

  Quando Isaac puntò i suoi grandi occhi cerulei in quelli verdi dell’avventore, quest’ultimo li abbassò in modo repentino, senza sostenere lo sguardo. Cominciò a fissare il tavolino, giocando con i noduli del vimini bianco. I suoi occhi furono sostituiti da quelli di Zoe, due fuochi ambra che ardevano.

  Di rabbia.

  Di passione.

  Di morte.

  Li serrò, fino a farli diventare come due fessure, come i felini pochi minuti prima di attaccare.

  «Michael caro, è stato davvero un piacere chiacchierare con te, ma… domattina dobbiamo partire molto presto, per cui ci aspetta una levataccia e io… oh beh, come quasi tutte le signore non sono una mattiniera!»

  «Si era alzata in piedi riavviandosi il tubino verde, lasciando a metà il proprio Martini.

Zoe non aveva mai lasciato a metà un drink, rifletté Isaac accigliandosi improvvisamente.

  «Isaac, è stato un vero piacere».

  «Anche per me, Michael» mentì lo scrittore, stringendo con vigore la mano del suo rivale del Venerdì sera «credo proprio che ci rivedremo presto. Molto presto».

  «Ci conto eh?»

  Sulla fragorosa risata di Michael Carmichael il coltivatore di canna da zucchero, la coppia lasciò l’American bar del Rio Claro, tornando nelle proprie stanze.

                                                                       

                                                                Un Anello di Fuoco

                                                                        - Parte 2 -

  «Intendi scrivere anche qui, oppure pensi di potermi concedere un po’ di tempo?»

  Il giovane uomo sospirò vistosamente, alzando e abbassando il petto come un mantice. Aveva abbandonato la giacca coloniale sul letto, sfoggiando una camicia di lino intrisa di sudore dopo il lungo viaggio.

  «Perché sei sempre così polemica, Zoe?»

  «Io non sono polemica. È che purtroppo conosco fin troppo bene i miei polli».

  «Vuoi scendere al bar conciata così?»

  «Perché? Cos’ha questo vestito che non va?»

 

  L’uomo fece scorrere lentamente i propri occhi dall’alto verso il basso, soffermando il proprio sguardo inquisitore sul succinto tubino verde indossato dalla moglie.

«Niente».

  La donna si accese una sigaretta osservando il marito che armeggiava con un taccuino di pelle. Si toccò istintivamente la fede e l’anello di fidanzamento, girandoli con un certo nervosismo.

  «Io vado al bar. Se vuoi, mi trovi giù “Hemingway”».

  Prendendo la borsetta, Zoe chiuse la porta dietro di sé.

  Il “suo” Hemingway, Isaac, era finalmente solo.

  Non voleva passare tutta la notte a scrivere, ma nemmeno voleva restare in compagnia della moglie. Aveva bisogno di restare un po’ da solo e di riflettere sul lento e inesorabile naufragio del proprio matrimonio. Cinque anni di lento, incessante, avvelenamento, un avvelenamento da metalli pesanti, di quelli che lasciano senza alcuna via di scampo.

Quando aveva incontrato Zoe l’aveva trovata subito splendida, spregiudicata e vitale: un’inarrestabile forza della natura molto più giovane. E siccome Isaac Bloom - origini ebreo-ashkenazite, opprimente madre dalla quale era stato costretto a tornare dopo il divorzio dalla prima moglie – stava già aggirando la boa di una precoce crisi di mezz’età, scorse nei lineamenti delicati e nei biondi capelli di Zoe l’unica chance per cambiare – o scappare – dalla propria esistenza condannata alla dannazione.

  Isaac non pensò mai neanche un momento che potesse essere proprio Zoe la definitiva condanna all’ergastolo: la ragazza si rivelò capricciosa, umorale ed esigente; pretendeva soldi e regali costosi, attenzioni costanti che Isaac non poteva – e non voleva – concederle, essendo uno scrittore. E uno scrittore è un creativo solitario e schivo, uno che ha bisogno del proprio tempo e della concentrazione per lavorare, altrimenti è condannato ad una lenta agonia. Forse aveva sottovalutato Zoe; magari aveva capito benissimo tutto questo e tentava da ben cinque anni di eliminarlo lentamente, sottraendogli prima di tutto il proprio lavoro, prosciugandogli la vena creativa.

  Isaac non sentiva l’odore di una buona idea da troppo tempo: non si ricordava più nemmeno che retrogusto avesse, né come riconoscerla in mezzo a tanti pensieri confusi.

  I suoi appunti corrispondevano ormai a un insieme confuso e indistinto di meditazioni sparse, di elucubrazioni contorte e ansie da esorcizzare. E Zoe non faceva il benché minimo sforzo per dissiparle.

  Isaac chiuse di colpo il taccuino. Lo ripose di nuovo in una tasca della borsa da viaggio e frugò più a fondo, tirando fuori alcune camicie e un paio di calzini, alla ricerca di qualcosa.

  Quando trovò un portafoglio e una rivoltella carica che nascose nella tasca interna della giacca, finalmente calmò il proprio spirito inquieto, apprestandosi a raggiungere la moglie all’american bar del motel.

Un Anello di Fuoco

- Parte 1 -

 

Love is a burning thing/

And it makes a firery ring /

Bound by wild desire /

I fell in to a ring of fire.

 

  La brezza soffiava forte dal mare verde, dalle acque che lambivano con violenza la lunga lingua di strada che li avrebbe portati oltre il confine, in un non luogo esotico dall’imprecisato nome nel quale avrebbero potuto perdersi senza ritegno.

  Da una parte, le acque limpide ma minacciose dell’Oceano.

  Dall’altra, il deserto rossiccio, malinconico perché avvolto nella propria polverosa desolazione.

  Al centro, una vecchia Bentley Coupé che avanzava macinando chilometri di asfalto al ritmo della tromba mariachi di Johnny Cash.

  Un giovane uomo dai capelli castani ribelli sedeva al posto di guida mentre, concentrato, armeggiava con un vecchio Stereo 8 senza mai staccare gli occhi dalla strada piatta e monotona; vicino a lui, sul sedile del passeggero, una bionda visibilmente più giovane, immortalata dal tramonto rossastro nel fiore dei suoi anni più belli: di bianco vestita, la pelle dorata e dei vistosi occhiali da sole bianchi per coprire gli occhi color ambra che nascondeva dall’invadenza dell’abbraccio del sole.

  Continuarono a percorrere la strada, senza mai fermarsi: passarono il confine con gli Stati Uniti, si lasciarono alle spalle il deserto desolato; ormai il tramonto sembrava già un pallido ricordo, il crepuscolo scendeva lentamente così come la notte umida e desolata.

Il piede dell’uomo spinse a fondo l’acceleratore, perché no, non potevano ritrovarsi a viaggiare di notte, da soli: avevano bisogno di una sistemazione, subito, al più presto. L’ennesimo non-luogo sconosciuto agli occhi del mondo nel quale riposare le loro stanche membra.

  Nel frattempo era scesa la notte sempre più umida perché vicina alle terre caraibiche; la notte afosa che taglia il respiro, rendendo impossibile perfino la fuga di qualunque pensiero partorito dalla mente impigrita.

  Premeva sempre più a fondo l’acceleratore, scalava con sempre maggior vigore le marce inserendo la più veloce; percorsero a più di cento chilometri orari quel ricordo di terra sospeso tra mare e atavica desolazione.

  Infine, approdarono a Santa Clarita.

Nessuno dei due sapeva esattamente dove si trovasse quella calda baia tropicale: forse era ancora in Messico? O forse no, forse avevano superato involontariamente il confine finendo in uno dei tanti stati sconquassati da faide, guerre e colpi di stato?

  Ma per quella notte non aveva troppa importanza per loro due.

  Il piccolo albergo che scelsero per passare la notte non era né il più bello, tanto meno il più rinomato: era solo il primo incontrato lungo la loro strada, mentre trascinavano nella polvere umida bagnata dalla rugiada nera della notte due pesanti valigie di pelle.

  Alla reception, nascosto tra due alte piante lussureggianti, era nascosto il concierge: un ometto con un paio di baffetti radi, denti separati e due piccoli e furbi occhi neri nervosi.

  «I signori desiderano?»

  «Vorremmo una stanza per la notte, per me e per la mia signora».

  «Due, se possibile».

  Aggiunse lei, la bionda, che nel frattempo si era accesa una sigaretta mettendo via gli occhiali bianchi.

  «Siamo spiacenti, signora, ma per questa notte c’è rimasta solo una doppia… comunque non credo vi possa creare problemi».

  L’ometto strizzò, malizioso, un occhio, senza nemmeno sapere, senza conoscere l’identità e le ragioni dei due avventori.

  «Va bene… la prendiamo lo stesso».

  Rispose il giovane uomo, puntando i suoi enormi occhi chiari nelle piccole pozzanghere nere del concierge.

  «Un documento, prego…»

  Frugando nella borsa da viaggio che portava a tracolla, l’avventore cavò due passaporti da una delle tante tasche interne. Li passò all’uomo del bancone, aspettando in silenzio e mordicchiandosi un labbro, mentre la propria consorte eseguiva un silenzioso giro di ricognizione semplicemente con lo sguardo.

  «Signor Bloom e Signora Bloom… grazie per aver scelto il nostro motel Rio Claro, a nome dello staff vi auguro di passare una buona notte e un piacevole soggiorno!»

  Uno dei lobby boy con divisa sudata si era già avventato sulle valigie e sul borsone portato dal Sig. Bloom quando quest’ultimo si sporse, repentinamente, oltre il bancone, in direzione dell’ometto:

  «C’è un american bar qui?»

  «C-certo, signore».

  «E… servite anche alcolici?»

  «Ma ovv-vviamente. A-abbiamo un’ampia scelta di rum e tequila messicana che…»

  «Grazie»

  Il Sig. Bloom sgusciò via con inafferrabile velocità, raggiungendo la vistosa Sig.ra Bloom nei pressi degli ascensori.

  Un brivido percorse subito il collo del concierge. Quel brivido sinistro e raggelante che avvertiva solo in determinate occasioni.

Ovvero quando al Rio Claro bussavano i guai.

OTELLO

- Tragedia con un pessimo, ultimo, atto -

PARTE 2

  Così si era introdotta di soppiatto sul set, con la scusa che era la compagna di Jerry: portando con sé, nella borsetta, uno degli orribili candelabri di zia Marnie, si era mossa con circospezione per evitare di incrociare il suo uomo da qualche parte mentre si affacciava ad ogni camerino, roulotte, bungalow per vedere se scorgeva la bionda troia ladra di fidanzati altrui.

  E quando la vide, seduta di spalle, non riuscì proprio a resistere, a fermare quella vocina martellante che le suggeriva: «Elimina la troia. Niente più ostacoli tra te e un uomo» insieme ad un’altra serie infinita di sciocchezze, tra le quali «ricorda di pulire la lettiera del gatto».

  In tal modo, con fermezza, sfoderò il candelabro dalla borsetta abbattendolo sulla testa di Iris.

  Rimase lì a fissare il corpo esangue della rivale. Finché Jerry non fece irruzione nel camerino, delineando la sua sagoma scura contro la porta.

  «Delilah?»

  «Jerry, io… io non so cosa…» fece cadere a terra il candelabro.

  «Tesoro, adesso calmati. Calmati. È…»

  «… è morta? Credo di sì».

  «Mort”A”? MortO, semmai».

  «Mort”O”?»

  Delilah si avvicinò, riluttante, al cadavere. Voltandolo, notò che il visino non era quello candido di Iris, bensì quello barbuto e vichingo di Adam, il regista del film.

  «Oh mio Dio… Jerry, ho ucciso Adam».

  «Questo lo vedo. Cosa pensavi di fare, eh? Capisco che era un tiranno ma… adesso hai davvero esagerato». 

  «Credevo… credevo fosse… qualcun altro».

  «Chi? Melanie Griffith?!?»

  «Iris». 

  «Iris… cosa…? Che diavolo c’entra lei adesso?»

  «Temevo che… che lei ti volesse portare via da me… che a te piacesse lei, che ti…»

  In tutta risposta, Jerry strinse Delilah tra le sue braccia, baciandola con passione e mozzandole letteralmente il fiato. Quando si staccarono, si fissarono intensamente negli occhi. Quelli scuri di lei, in quelli limpidi di lui.

  «Ti amo, Delilah».

  «Lo so, Jerry. Ma che facciamo adesso? Abbiamo un cadavere di troppo, e a breve qualcuno sentirà la mancanza del regista sul set».

  «Prendi un telo di plastica. Al resto penso io. Diamo un finale dignitoso a questo pessimo, ultimo atto».

  Il film fece la fine delle tante, tantissime opere prime che spesso trovano degli investitori ma che poi, per alterne vicende, rimangono ferme al pit – stop della creatività: la produzione decise letteralmente di “congelare” il progetto, soprattutto dopo l’improvviso, quanto inspiegabile, abbandono da parte del regista Adam Jensen, cavallo pazzo con famoso vizietto feticista: gli piaceva tirare di coca direttamente dai piedi laccati delle sue amichette.

  Certo, dopo quella battuta d’arresto nessuno si perse d’animo: Iris firmò un contratto da protagonista di un nuovo cinecomic che l’avrebbe portata per un anno in Nuova Zelanda; ma anche Jerry e Delilah non si arresero.

  Oh no, non di certo.

  Inspiegabilmente a lei tornò la voglia di scrivere: la sua nuova commedia, interpretata tra gli altri anche dal marito – ah sì, nel frattempo avevano trovato dieci minuti per firmare tutte le carte che ufficializzavano la loro unione – si era rivelata un vero successo nei teatri londinesi, dominando la scena della stagione dei premi: era una black comedy su una coppia dove lei era talmente gelosa – proprio come Otello – da confondere la realtà con la fantasia, finendo per uccidere la presunta amante del marito, per poi imballarla in un bel tappetto persiano. Il problema è che l’omicidio, il brivido del peccato e il fascino del rischio non facevano altro che rinvigorire il loro logoro rapporto.

  La pièce s’intitolava “Otello: Tragedia con un Pessimo, Ultimo Atto” e i critici più attenti non poterono fare a meno di notare il guizzo di genio dell’autrice nell’aver inserito un orribile candelabro in ottone a forma di donnina nuda come arma del delitto…

  …semplicemente una trovata scenica davvero geniale.

  Semplicemente p-e-r-f-e-t-t-a.

OTELLO

- Tragedia con un pessimo, ultimo, atto -

PARTE 1

“Sometimes I feel I've got to/

Run away I've got to/

Get away from the pain that you drive into the heart of me/

The love we share/

Seems to go nowhere

And I've lost my light/

For I toss and turn I can't sleep at night”

 

Sentì uno strano rumore alle sue spalle. Si girò di scatto e l'unica cosa che seppe dire fu un incerto «Ma come...?»

  Poi, più nulla. L’ultima cosa che avvertì fu un colpo secco dietro la nuca, un tonfo sordo sull’osso cranico sfondato. 

  E poi il silenzio.

  Infine la morte.

  Arrivata all’improvviso, come un’interruzione della corrente. Qualcuno aveva staccato la spina, e non se n’era nemmeno accorta. 

  Delilah era in piedi, ansante, con ancora il candelabro d’ottone in mano. Quell’orribile candelabro che le aveva regalato la vecchia zia Marnie il giorno del suo primo matrimonio: un’orribile coppia di pezzi di ferraglia a forma di donnine nude. E ci credo che, nemmeno due anni dopo, si era ritrovata ad usarli come ferma carte per le pratiche del divorzio.

  La ragazza di Brooklyn Heights aveva un debole, non troppo malcelato, per gli attori. O loro avevano un debole per lei, ancora non l’aveva ben capito. Li trovava bugiardi, affascinanti, irresistibili e scostanti. Forse loro vedevano in lei una stabilità che le giovani colleghe ricche e famose, a caccia di scoop da tabloid, non avevano. Delilah era una scrittrice, salita sul carro dei vincitori una sola volta nella vita per poi ripiombare nella terribile apatia del blocco dello scrittore, molto simile alla rassegnazione del polpo che decide di morire annegato nella sua stessa acqua.

  Aveva pubblicato, quattro anni prima, un romanzo che si era rivelato un grande successo editoriale; ovviamente i produttori di Hollywood fiutarono subito l’affarone e lo adattarono per il grande schermo, riempendo la pellicola di star: tra queste, c’era Dan.

  Dan, seduttore seriale di professione prima che attore, occhio ceruleo vispo e furbo, sorriso incontinente e naso rifatto dal miglior chirurgo di Beverly Hills; contro ogni pronostico non si accoppiò con la divetta nascente di turno - misure da angelo di Victoria’s Secret - ma scelse la scrittrice insicura e astigmatica.

  Nonostante i crescenti dubbi di lei riguardo alla fedeltà del consorte (legati soprattutto alla sua fama di grande amatore che spopolava sulle copertine dei rotocalchi) decisero lo stesso di sposarsi a Las Vegas, lei con indosso un abito color crema di taffetà, leggero come una piuma; lui invece in kilt e infradito di plastica, leggiadro come un monsone indiano nel pieno della stagione delle piogge.

  La cerimonia, con pochi invitati al loro cospetto, fu celebrata da un sosia di Elvis proveniente dal Messico, con tanto di tupè nero sintetico. Il loro matrimonio durò due anni tra alti e bassi, almeno finché una bella mattina Delilah non andò a comprare Vanity Fair con sopra suo marito che baciava un’altra donna, una bionda. Senza occhiali. E nevrosi.

  Così, ritirò fuori i candelabri di zia Marnie e cominciò ad usarli come ferma carte.

  Delusa ed amareggiata, aveva visto crescere in lei un fortissimo senso di sconfitta, legato principalmente al tradimento. Era gelosa, sì, e lo era sempre stata in fieri, ma era sempre riuscita a tenere a bada il suo lato “Psyco Jack” (come Nicholson in “Shining”) almeno fino a quel momento, fino all’incontro con Dan.

  Dopo il matrimonio raccogliere i cocci fu più difficile del previsto, considerando che anche l’ispirazione decise di abbandonarla di colpo, lasciandola senza idee, con la bozza di un romanzo sulla futilità dell’industria hollywoodiana e con un editore imbestialito e con il fegato devastato dalla bile. Figuratevi lo stupore di Delilah quando l’attore che stava interpretando il suo ultimo spettacolo in teatro, tale Jerry, le chiese di uscire.

  L’entusiasmo lasciò subito il posto all’ansia da prestazione e poi allo sconforto: e se anche quello si fosse rivelato un altro buco nell’acqua, un altro tizio interessato solo alla conquista, un altro uomo affetto da…

  … incontinenza sentimentale?

  Pensava a tutto questo mentre ascoltava la conversazione brillante del giovane inglese seduto di fronte a lei, occhi chiari e limpidi celati dietro un paio di occhiali da vista dalla montatura tartarugata, sorriso disarmante, aria da bravo ragazzo del college.

  Troppe note positive in un uomo solo, c’era puzza di fregatura.

  E si portò dietro questo pensiero latente, questo tarlo logorante, anche durante l’appuntamento successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora; perfino dopo dieci appuntamenti, una cena, un invito ufficiale in pubblico ad un galà di beneficenza, al circolo del tennis e perfino dopo la tradizionale cena di Natale organizzata in casa Miller, quel pensiero continuava a consumarla dall’interno.

  Un sospetto lacerante chiamato: gelosia. Un dubbio, che prima o poi doveva essere soddisfatto.

  Infine, quel giorno arrivò. La deflagrazione assunse le fattezze della nuova partner di set del suo compagno, tale Iris: bellezza bionda e disinibita della grande città del Midwest, occhi chiari privi di nevrosi e passato luminoso quanto il presente che le si prospettava. Un concentrato di allegria e leggerezza che non poteva passare inosservato soprattutto agli occhi di Jerry. Jerry, così bello e lanciato, intelligente, sorprendente, dinamico e di successo…

  Il mondo di Delilah era crollato quando, fuori da uno Starbucks del centro di Londra, aveva visto Jerry che abbracciava Iris e scherzava con lei.

  I suoi nervi già in cura da anni, tra Valium, Prozac e sedute di psicanalisi, non avevano retto al colpo. Così, mentre la pioggia cominciava ad abbattersi sugli occhiali da vista, rovinandole la messa in piega realizzata ad arte dal parrucchiere, quel pensiero si affacciò per la prima volta nella sua mente:

  Ucciderla. Doveva ucciderla, sbarazzarsi della rivale.

‼️MY LATEST INTERVIEW IS OUT NOW‼️
Fresh as Willy the Prince of Bel Air, I announce (of course) my latest interview about 50 shades of writing - among cinema, theatre, literature and comics - just because "I love to talk about nothing. It's the only thing I know anything about" (it's an Oscar Wilde quote😉).
Special thanks to MArteMagazine and all the people involved in the interview, for their patience and kindness ❤️
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‼️LA NUOVA INTERVISTA, FUORI ORA‼️
Ecco una nuova intervista fresca-fresca dove torno, ancora una volta, a parlarmi addosso... come del resto faccio di solito.
Perché dopotutto "amo parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto" (cit. Oscar Wilde) 😂
Ps ovviamente di cosa avrò mai parlato, se non di scrittura declinata in tutte le sue molteplici sfumature (cinema, teatro, narrativa, fumetto etc etc?) 😏
Grazie a MArteMagazine e a tutte le persone coinvolte per l'infinita pazienza (ma, soprattutto, per la gentilezza) ❤️
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www.martemagazine.it/interviste-2/item/16082-la-scrittura-e-il-talento-multiforme-di-ludovica-ottaviani?fbclid=IwAR2VgdQdA_hGxyyM-Gojvpthkkz-NS0lAvG5FsGrqkzUGA_YI02iyt-GBes
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“Down in Mexicali/

There's a crazy little place that I know/

Where the drinks are hotter than the chili sauce

And the boss is a cat named Joe”

 

  Una vecchia Saab viaggiava a velocità sostenuta lungo la Pontina, provando a schivare l’incalzante pioggia battente che produceva un ritmico ticchettio ogni volta che s’infrangeva contro il parabrezza. Quando il conducente inchiodò, di colpo, nei pressi di un piccolo motel dallo stile coloniale che si affacciava – triste come uno stonato solista – proprio su un trafficato incrocio, i Ray-Ban che indossava scivolarono lungo il naso finendo a terra, insieme alla 44 Magnum che aveva poggiato sul voluminoso borsone da palestra sistemato al posto del passeggero. Inforcando di nuovo gli occhiali da vista, infilò la pistola nella tasca interna del giubbetto di cotone stringendo i manici del borsone.

  Nella camera numero 6 del motel Rio Claro un uomo triste, solo, meschino, al verde e incollerito nei confronti della vita provava ad impiccarsi miseramente con la propria cravatta verde bottiglia dalla fantasia preraffaellita; quando le luci di un’auto catturarono la sua curiosità. Sbirciando appena attraverso le veneziane della finestra, notò la sagoma ingombrante di un uomo con dei ridicoli Ray-Ban e un giubbetto di cotone che bussava nervosamente alla porta della camera 5 solo con la mano sinistra, perché con la destra reggeva un voluminoso borsone da palestra. Restò in ascolto, in attesa di una risposta.

  Poi la porta si schiuse e, sulla soglia, comparve appena una figura indistinta che rimase nascosta nel buio della stanza: il suicida della Domenica notò soltanto che sembrava indossare qualcosa in testa, forse un cappellaccio o roba simile. L’uomo massiccio s’infilò furtivamente all’interno prima che la misteriosa ombra richiudesse la porta dietro di sé.

  Al vicino curioso non restò altro da fare che rimandare il suicidio, slacciarsi la cravatta e attendere dietro le veneziane; ma il silenzio opprimente che avvolgeva il motel, scandito solo dal monotono ticchettio della pioggia, lo convinse infine ad allontanarsi dalla finestra.

  Almeno finché un boato sordo non riempì all’improvviso l’aria, richiamando la sua attenzione. Un boato, e poi fu di nuovo il silenzio.

  Dopo interminabili minuti, da dietro le veneziane il suicida con cravatta preraffaellita notò un uomo e una donna che sgusciavano via furtivamente dalla camera accanto: la pioggia troppo forte confondeva i contorni e rendeva difficile distinguere le facce, ma vedeva benissimo uno strano tipo con cappello da cowboy, una donna in rosso e il borsone da palestra che aveva con sé l’omone che poco prima era entrato nella stanza, ma dalla quale sembrava non voler uscire.

  Un borsone dal quale facevano capolino mazzette da 100 euro, verdi, ordinate. Solo quando i due partirono a bordo di una Mini-Minor, l’uomo della camera 6 si decise ad uscire.

 

  In un autogrill lungo la strada aperto H24 una cameriera, stanca della propria monotona esistenza, trovava una svolta inattesa e provvidenziale nell’incontro fortuito con due misteriosi avventori in difficoltà, una donna in rosso e un uomo vestito come un bovaro texano. Le stavano promettendo la libertà, se solo un orribile uomo con degli stupidi Ray-Ban e una copiosa ferita alla testa non fosse arrivato a minacciarli, nel cuore della notte, alzando la voce e agitando una 44 Magnum nell’aria. Lo scampanellio improvviso della porta la spaventò a tal punto che fece cadere a terra un’intera brocca di caffè, che s’infranse al suolo.

  Che disdetta, mai piangere sul caffè versato, pensò ignara la cameriera.   

 

  Una Fiat Ritmo procedeva lentamente lungo la Pontina; aveva appena passato il motel Rio Claro lasciandoselo alle spalle e si dirigeva verso Sperlonga, ma i chilometri rimasti terrorizzavano il guidatore perché l’auto era troppo vecchia e quel motore che emetteva uno stridio metallico non lo consolava affatto. Quando poi iniziò a notare i primi sbuffi di fumo, era ormai davvero troppo tardi.

  «Che succede adesso?!?» domandò la ragazza seduta al posto del passeggero.

  «Non lo so… credo sia il motore, forse sta fondendo sto cazzo di trabiccolo» aveva risposto il ragazzo alla guida, un ventenne dal marcato accento partenopeo.

  Nic non era pronto ad affrontare quel fuori programma. Ma forse, visto come si stava mettendo quel periodo, non era proprio pronto ad affrontare la vita.

  La sua Fiat Ritmo lo stava lasciando in mezzo alla Pontina. Non aveva un lavoro. Metà dei criminali che aveva truffato volevano sfigurarlo o, peggio ancora, ucciderlo e infine Anja gli aveva rivelato di aspettare un bambino. Le cose non potevano andare peggio di così. O forse sì, visto che Anja aveva iniziato ad imprecare in russo, sua lingua madre.

  «No tesoro, ti prego, non ti ci mettere pure tu col russo adesso…»

  «Tu sei un deficiente. Mia madre aveva ragione. Mia nonna aveva ragione, fin da quando ha visto una tua foto… mi ha detto subito Anushka, lascialo perdere. Non vedi che ha gli occhi tondi? È un deficiente».

  «Grazie bàba».

  «Non chiamare mia nonna bàba. Solo io posso chiamarla così. Che facciamo adesso?!?»

  Dal motore si levò un denso fumo nero che stava invadendo progressivamente l’abitacolo, affumicandoli. Una manciata di secondi, e iniziarono a tossire.

  «Ho paura Nic. E se l’auto esplodesse?»

  «Hai mai visto esplodere una Fiat Ritmo?»

  «No».

  «E allora non ti preoccupare. Non possono esplodere».

  Dieci minuti dopo, la Fiat Ritmo aveva lanciato il proprio canto del cigno attraverso un raglio metallico, prima di impuntarsi come un mulo ai bordi della strada. Così i ventenni Nic e Anja si ritrovarono a vagare sotto il sole cocente di un Lunedì d’Agosto, alla ricerca di un posto dove ripararsi, un autogrill magari. Il ragazzo, con la sua maglietta verde acido con stampata la locandina de “Il Grande Lebowski”, apriva il corteo seguito dalla sua fidanzata, vestito leggero a fantasia floreale, zeppe vistose e passo ondeggiante.

  Proprio in fondo alla strada, accanto a un vecchio cimitero per auto, sembrò sbucare dal nulla un piccolo autogrill, di quelli vecchi e malmessi, con lo spiazzo antistante munito di pompa di benzina, una grande vetrata affacciata sull’esterno e il corpo dell’edificio prefabbricato in legno doghettato, bianco, come quello delle cabine di uno stabilimento balneare.

  «Ehi, c’è un autogrill».

  «Questo lo vedo. Allunga il passo, che questo sole mi ha fatto venire sete e fame».

  «Stai» il ragazzo iniziò a mordicchiarsi nervosamente un labbro «come ti senti?»

  «Sto bene Nic, sono incinta, non moribonda. Credo che mi avrai tra i piedi ancora per un bel po’» la ragazza sospirò «spero che abbiano la centrifuga di mirtilli. Ho voglia di mirtilli».

  La porta dell’autogrill tintinnò appena annunciando l’ingresso di Nic e Anja, che vennero subito scrutati da quattro paia d’occhi inquisitori. Il ragazzino, sentendosi in imbarazzo, farfugliò un impacciato «Buon… salve» che nessuno dei presenti ricambiò: sembravano tutti troppo pigri e fiaccati dal caldo perfino per rispondere o forse si stavano semplicemente godendo la musica che proveniva da una vecchia radio, un successo anni ’50 dei The Coasters, Down in Mexico.

  Dietro il bancone c’era una donna sulla quarantina, trucco nero pesante e sbavato, denti separati e corti capelli color miele, con addosso una divisa giallo mostarda. Accanto a lei c’era invece un giovane forse sui trent’anni, ma il sole aveva solcato troppo il suo viso lasciando dei segni indelebili che ne rendevano indecifrabile l’età esatta. Il suo abbigliamento curioso, da cowboy dell’Agro Pontino con tanto di camicia di lino bianca, turchesi al collo e cappellaccio ben calcato sui capelli che gli toccavano le spalle, lo facevano somigliare a uno degli invitati di una festa in maschera, e lo stesso si poteva dire della giovane donna seduta davanti al bancone: i capelli neri raccolti, un succinto abito rosso a pois che evidenziava le sue curve pericolose proprio come le labbra carnose dipinte dello stesso colore la facevano somigliare a una pin-up evocata direttamente dagli anni ‘50. In un angolo invece, dietro uno dei tavolini, se ne stava seduto un uomo dall’espressione malinconica e dal volto lungo: indossava un modello doppiopetto verde scuro fuori moda, da triste venditore porta a porta della Folletto o da commesso viaggiatore; al collo portava perfino un’improbabile cravatta dello stesso colore con orrenda fantasia preraffaellita. Non appena entrarono i ragazzi, alzò a malapena lo sguardo dalla propria tazza di caffè nero.

  «Salve, noi… la nostra auto si è fermata a qualche metro da qui, lungo la strada e così abbiamo pensato di approfittarne per fermarci un attimo e rifocillarci, anche perché lei è--»

  «Avete la spremuta di mirtilli?» Anja interruppe bruscamente Nic, rivolgendogli un’occhiata bieca. Il ragazzo si limitò a deglutire e ad abbassare lo sguardo sul bancone.

  Solo a quel punto il cowboy piantò un paio di grandi occhi color verde acqua in quelli nocciola e bovini di Nic; anche quelli del giovane uomo erano tondi, dettaglio che al ragazzo fece tornare subito alla mente le parole di bàba: occhi tondi. Allora è un deficiente. Solo quando notò l’espressione corrucciata sul volto del cowboy capì che stava sogghignando come un ebete, crogiolandosi in quel pensiero.

  «Non abbiamo mirtilli. Sono fuori stagione adesso».

  I ragazzi rimasero in attesa del resto della riposta che però non arrivò; Anja, sbuffando e agitando l’orlo del vestito, stava dimostrando tutto il suo astio.

  «Senta, non è che per caso… vendete ricariche telefoniche? No perché vorrei contattare l’ACI, ma sono rimasto senza soldi e quindi pensavo che magari… ricaricando… oppure magari che so, avete un telefono fisso, chiamo da lì e ce ne andiamo, oppure semplicemente qualcuno di voi può trovarmi un numero utile su internet». Nic, imbarazzato, deglutì ancora una volta: la bocca secca reclamava un bicchiere d’acqua. Il cowboy, in tutta risposta, si limitò a lanciargli un’occhiata bieca e laconica.

  «Vorremmo aiutarti, ma… credo che nessuno di noi abbia un cellulare carico o con del credito. Vero Pereira?»

  L’uomo triste dietro al tavolino distolse finalmente lo sguardo dal fondo del caffè nero.

  «Vero. Però dovrebbe esserci un telefono da qualche parte… no, Cosmo?»

  «Probabile… dobbiamo avere un telefono fisso, da qualche parte».

 «Grazie mille, io… davvero io non so come…» il ragazzo continuava ad eseguire strani saluti buddisti congiungendo le mani e seguendo il cowboy, che nel frattempo era uscito da dietro il bancone andando alla ricerca del telefono perduto. Le due donne non intervenivano. Non una parola o un movimento: sembravano quasi paralizzate, raggelate in quelle posizioni che avevano assunto perché spaventate da qualcosa. Mentre Anja cercava il pacchetto di sigarette nella borsa, notò che la cameriera con la divisa gialla stava piangendo in silenzio, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano senza farsi vedere da nessuno. Che strano, pensò la ragazza in russo. Provò a dire qualcosa nella sua lingua a Nic, ma il fidanzato era troppo impegnato a seguire come un cane da tartufo il proprietario, che iniziava visibilmente ad alterarsi. Prima di essere cacciati via, decise di approfittarne.

  «Scusate, posso usare il bagno?» ma in tutta risposta, per la prima volta da quando erano entrati, la cameriera gridò qualcosa sgranando gli occhi.

  «NO!»

  «Ehi, che modi!» sobbalzò la ragazza «ho chiesto solo se potevo usare il bagno… se era un problema bastava dirlo!»

  «No no, quello che Luciana vuole dire è che…» intervenne, imbarazzato, il cowboy. Ma sembrava impacciato e incapace di trovare le parole adatte per uscire da quella situazione.

  «…è che deve usare quello per i disabili. L’altro è fuori servizio, rotto» aggiunse Pereira.

  «Ok» replicò con calma serafica la russa, guardandosi intorno «per me non è un problema. Purché sia un bagno, no?»

  Pereira le indicò la strada con un plateale gesto della mano; mentre Anja sfilava verso il bagno scomparendo dietro la porta, un brivido sinistro attraversò Nic, come se l’aria fosse appena cambiata, carica dell’elettricità statica che preannuncia un temporale.

  Il bagno era piccolo, angusto e soprattutto buio. Distinguere le due porte era praticamente impossibile… qual era quello dei disabili? Aveva portato con sé il rossetto? Ma soprattutto, cosa avrebbero fatto con il bambino? Mentre mille pensieri le attraversavano in modo caotico la testa, Anja aveva imboccato casualmente una delle piccole porte di una cabina in legno con fogna a vista e nessuna finestra. Appena entrò fu travolta da un odore orrendo, indescrivibile, acre e nauseante, però pensò semplicemente che fosse un effetto collaterale della gravidanza, che magari il bagno era solo sporco ma per lei puzzava come una fossa comune. Con i piedi schiacciò qualcosa, sentì chiaramente un rumore di vetri infranti sotto il peso della zeppa. Imprecò in russo e, a tentoni, iniziò a cercare nel buio totale un interruttore della luce lungo tutta la parete; ma fu qualcosa di freddo e viscido a catturare la sua attenzione.

  Che cazzo era? Sembravano delle salsicce. Salsicce… calde? In un bagno pubblico? Continuando ad affidarsi al tatto, si rese conto che le presunte salsicce sembravano l’estremità di una mano. Che era a sua volta attaccata a un braccio. E che il braccio faceva parte di un corpo, molto più grande e grosso. Quando, con l’altra mano, si rese conto che la lampadina era appesa al soffitto e che si azionava tirando una cordicella, allora si decise ad illuminare il bagno. Ma ciò che vide la sconvolse a tal punto da farla gridare per l’orrore.

  Fu solo a quel punto che Pereira, il commesso viaggiatore in doppiopetto verde, perse la pazienza girando gli occhi al cielo ed estraendo da sotto la giacca una 44 Magnum che puntò subito contro Nic, senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Il ragazzo e Cosmo si bloccarono, fissando l’uomo.

  «Adesso ne ho davvero abbastanza» esclamò l’uomo rivolgendosi al cowboy.

  «Che… che succede?» domandò timidamente il ragazzo, temendo di ricevere come risposta un proiettile in piena fronte «i-io non… non stavo facendo niente di male, s-stavo solo seguendo lui che--»

  «Ok Cosmo, il ragazzino parla troppo: gli sparo io oppure ci pensi tu?» il cowboy non replicò, limitandosi ad abbassare lo sguardo «ho capito… e ancora una volta mi tocca fare tutto da solo… certo che te lo sei scelto bene l’uomo, bambolina» chiosò Pereira lanciando un bacio verso la pin up.

  «Porco».

  «Ada, non--»

  «Non interromperla, Cosmo! Lasciala tirare fuori le unghie, che la ragazza qui almeno ha grinta da vendere… in fondo, se non fosse stato per lei, tu puliresti ancora il culo a Tony…»

  «Posso…?» intervenne timidamente Nic, alzando la mano «chi sarebbe questo Tony?»

  Sulla sua domanda, Anja comparve sulla porta, sconvolta e irriconoscibile, pallida come un’apparizione spettrale.

  «Nic! Nic! Andiamo via, c’è un morto nel bagno e--» si fermò solo quando vide l’occhio cieco della 44 Magnum che Pereira le stava puntando contro. Il ragazzo, davanti a quella scena, fu scosso da un fremito irrefrenabile che gli suggeriva di agire, d’inventarsi qualcosa prima che fosse troppo tardi.

  «Non ucciderla! È incinta!».

  «Sei sempre il solito coglione, Nicola! Non raccontare i fatti nostri in giro!»

  «Davvero?» domandò con meraviglia Pereira.

  «Sì, lo abbiamo scoperto da poco».

  «E sti cazzi? Sai quanto me ne frega che è incinta? Voi due avete visto davvero troppo. E dovete sparire». In tutta risposta l’uomo tolse la sicura.

  «I patti non erano questi Pereira. Avrai i nostri soldi. Niente più morti».

  «I nostri… ehi, cowboy, credi che mi basti un quarto del vostro bottino per starmene zitto? Io vi ho visto, so cosa avete fatto in quel motel. E posso accusarvi della morte di Tony».

  «Stronzate!» gridò Ada alzandosi dal suo sgabello e avvicinandosi a Cosmo «c’è una testimone, Luciana, e ci siamo anche noi che possiamo confermare la verità. Sei stato tu a sparare a Tony».

  «Perché altrimenti avrebbe ammazzato tutti e tre… se non sbaglio, aveva già iniziato con il tuo bel cavaliere elettrico. A proposito, come va la costola “campione”?» l’uomo sghignazzò sadicamente. Ormai li aveva tutti in pugno. «Ci sono le mie impronte sulla pistola, è vero, ma – supponiamo eh – se io uccidessi i due ragazzini e la cameriera… non resterebbe nessuno in grado di poter confermare il vostro alibi. Mentre invece sono convinto che tanti, troppi, amici del compianto Tony potrebbero confermare che il suo braccio destro e la sua amante stavano tramando per eliminarlo, inscenando prima un finto rapimento per poi scappare lontano con i soldi rubati al defunto. Mi sono perso qualcosa?»

  Decisamente no, perché allo sguardo vigile di Pereira non sfuggì nemmeno il movimento furtivo della mano di Cosmo che scivolava dietro la camicia per prendere la sua pistola: il commesso viaggiatore sparò colpendo la mano destra del cowboy, che giaceva rantolante a terra tenendosi la mano zampillante sangue, incapace di sparare, incapace di difendersi in un ultimo disperato tentativo.

  L’avido commesso viaggiatore si inginocchiò solo per il piacere di puntare i propri occhi cinici in quelli tondi e inermi di Cosmo. Nei due grandi specchi verde acqua non c’era più nessuna speranza di salvezza, come pure nelle pozze scure e tonde di Nic che saettavano nervosamente dalla scena ad Anja, ansante, che non distoglieva mai lo sguardo mentre sussurrava una preghiera in russo.

  Quando partì un altro colpo, anche questa brocca di caffè che teneva in mano Luciana cadde rovinosamente a terra, infrangendosi in mille schegge impazzite che si andarono a confondere con le precedenti.

  Solo che questa volta, a sparare, non era stato Pereira. Un fiore rosso cupo si apriva lentamente all’altezza del suo fegato fino a sfiorire, inondando la camicia bianca di sangue. L’uomo cadde a terra di peso, incapace di capire, senza lamentarsi; quello che uscì dalla sua bocca fu un indistinto rantolio sommesso. Non si sarebbe mai aspettato che, a sparargli, fosse una donna, proprio una di quelle creature che l’avevano portato sull’orlo del suicidio meno di ventiquattrore prima. Ada se ne stava in piedi, davanti a lui, fissandolo con fierezza; le braci nere dei suoi occhi ardevano ancor di più, lucide di lacrime e paura. Era stata lei a raccogliere la pistola di Cosmo da terra e a sparare al triste commesso viaggiatore, che in nome dei soldi avrebbe fatto qualunque cosa, perfino trasformarsi da nullità in mostro.

  «Andate ragazzi» sussurrò la donna con voce roca «riprendete la vostra strada, e non dite di essere passati per Rio Claro. Ho un lavoro da finire qui».

  Nic si avvicinò ad Anja, prendendola per mano. Lei, per la prima volta, si lasciò guidare, lontana da quell’inferno; non si accorse nemmeno che le zeppe finirono nel sangue di Pereira, lasciando tracce ovunque, e che la t-shirt verde acido del suo ragazzo era sporca del sangue di uno sconosciuto cowboy di provincia. Il commesso viaggiatore lanciò un’ultima, pallida, laconica occhiata alla causa delle sue disgrazie, mentre Luciana continuava a piangere indisturbata, lasciando finalmente che il trucco si confondesse con le lacrime; solo Cosmo e Ada non li degnarono nemmeno di un’occhiata fugace, perché troppo impegnati a specchiarsi l’uno negli occhi dell’altra, come rapiti da un’estasi sinistra: ogni ostacolo sul loro cammino veniva progressivamente eliminato.

 

  La campanella tintinnò un’ultima volta e la porta dell’autogrill si chiuse dietro di loro; Nic e la sua fidanzata Anja tornarono finalmente al calore malsano emanato dall’asfalto, al sole cocente d’Agosto e all’odore della nafta che aleggiava sul distributore di benzina. Percorsero lo spiazzo senza mai voltarsi, senza guardarsi, ma stringendo con forza le rispettive mani, senza lasciarsi nemmeno un attimo.

 Solo quando furono a ridosso della Pontina sentirono, in lontananza, il rumore sordo di un colpo di pistola che si perdeva nell’aria.

 

RIO CLARO - Racconto Vincitore della Sezione Letteratura della Biennale MArteLive 2019.

Grazie a ROCK 'N' READ per la recensione esclusiva che potete leggere QUI:

www.rocknread.it/recensione-di-rio-claro-ludovica-ottaviani/​​​​​​​

Good morning vibes. ☕🏆❤️
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Per Ludovica Ottaviani (@louadelson) la vittoria del concorso nazionale MArteLive 2019 nella sezione #letteratura ha portato in dote una serie di premi esclusivi: tra questi, la pubblicazione di un'opera originale con le Edizioni Haiku (@edizionihaiku). E noi non vediamo l'ora di leggerla!

Se avete un racconto o delle poesie nel cassetto, ricordate che fino alla mezzanotte di oggi le iscrizioni alla prossima edizione sono completamente gratuite!
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I'm so glad to announce that the stand-up comedian soul who's hidden inside me is ready to come back and enjoy this 2020...
U have to wait less then a month.
7.02.2020
Thanks to Fabrizio Funari for involving me in this new, exciting, experience. I'm so psyched, I can't wait!!
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Treccani

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The librettist presents

Words and music | on Morricone w/ De Rosa + performances + bubbles

Date: 7 February 2020
Place: Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani
Piazza della Enciclopedia Italiana, 4 - Roma (Largo Argentina)
Time: 17:30 "Echoing Samuel Beckett's opera of the same name, wordsandmusic is a celebration of and journey thorough literature and music. The event aims to foster and promote the conversation around the relationship between words and music throughout history with a special focus on opera and its aesthetics." On the very first event, we'll be presenting the book "Morricone in his own words" by Ennio Morricone and Alessandro de Rosa and explore - through a series of live performances - the aesthetics of the artists that influenced the work of Morricone, from Bach to Petrassi.

Special guests:
@louadelson<28>@alessandro.derosa<29>@federico.marcucci96
@mathildescipioni
@eleonoraclaps_sopranoperformer
FREE ENTRY

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I'm feeling good as hell now. 🔥😍🎉
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MARTELIVE SEZIONE #LETTERATURA - VINCITRICE

Durante le finali al Planet Roma la più votata della sezione letteratura è stata @louadelson, con il racconto "Rio Claro", un “pasticcio” di generi che spazia liberamente dal noir al western,
senza disdegnare qualche venatura horror/splatter.

Vi ricordiamo che da gennaio sarà di nuovo possibile iscriversi al concorso!
Per saperne di più sui premi della sezione letteratura ➡️ concorso.martelive.it/premi
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Siamo stati inattivi per mesi dopo l'uscita del primo capitolo... Ma adesso è arrivato il momento giusto per annunciarvi l'arrivo del SECONDO CAPITOLO della graphic novel ROUTE 66,scritta da Ludovica Ottaviani e disegnata da Arianna Bosa in esclusiva per @astromica.
Godetevi questa nuova, selvaggia, cavalcata attraverso i pericoli nascosti nel deserto nordamericano.
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We have been very inactive for months after the release of the first chapter. But now it's the right time to show you the second chapter of the graphic novel ROUTE 66, written by @louadelson and drawn by @ariboart for @astromica_.
Enjoy this new, wild, ride through the dangers of the North American desert.
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La premiazione 🎉
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This long night is over... The last ride in the wild heart of the short story RIO CLARO is just finished and in this pic I'm in front of a microphone again... It's just the beginning. Trust me 😉🎤🎶
(ps thanks a lot @arya_1992
And @sergio.mancuso13 🙏🏻😘)
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.<24>#Repost @sergio.mancuso13
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Planet Roma

@louadelson legge “Rio Claro”
Passione e intepretazione🔝
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#Repost @martelive__
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Planet Roma

Fate un salto anche in Sala Letturatura .. c'è sempre qualcosa di nuovo da imparare <3 Nelle foto da sinistra Valentina Ghelfi, Francesco Audino, Ludovica Ottaviani #MArteLive #SpettacoloTotale #BiennaleMArteLive #respiraLArte
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‼️It's official‼️ Astromica has found a new "home" among the shelves of @borribooks, inside Termini station. If u find yourselves wandering around that place, take a look at our catalogue: the first ten graphic novels are out right now. But in the next future u' ll find more titles like... "ROUTE 66"!! 😉
Follow us, read us, love us like we love u❤️
Kisses to all the "astro" boys and girls and always remember that... #noisiamoastromica
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These news are good as Hell!😘
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LINK IN BIO

REWIND_let's play è tra gli spettacoli in cartellone previsti per la stagione 2019-2020 del Teatrosophia: una commedia a ritmo di musica scritta da Ludovica Ottaviani e diretta da GiorgioVolpe, il tutto grazie alla compagnia Giù di Su per Giù Teatro.
Vi aspettiamo a Marzo, dal 13 al 15!!
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LINK IN BIO

Poche foto riescono a catturare l'essenza di un momento, immortalando "nero su bianco" un periodo in particolare e spingendo il soggetto stesso che è davanti all'obiettivo ad esclamare: "questa sì che mi rappresenta".
Ecco, questo scatto è stato catturato pochi giorni fa, durante la mostra LUCIANO SALCE: L'IRONIA È UNA COSA SERIA e direi che rappresenta molto bene la persona che sono diventata oggi, con le mie variopinte - quanto pacchiane - felpe da dj anni 90' che ha perso l'aereo, le bandane alla Keith Richards e il trucco vintage da diva del muto.
Lì ho il broncio, ma vi assicuro che non sono mai stata così felice come in questi ultimi 12 giorni, dove ho incontrato degli splendidi compagni di viaggio che mi hanno fatto venire voglia di rimettermi in marcia, perché non si finisce mai di cambiare, di crescere e di imparare.
Semplicemente grazie a tutti❤️
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Few pics could catch the real soul of the subject in front of the lens, fixing it for ever. This pic was taken few days ago, during the exhibition LUCIANO SALCE: L'IRONIA È UNA COSA SERIA, and it embodies very well what I am now, with my colorful - and queer - sweatshirts like an homeless dj lost in the 90s, bandanas in the style of Keith Richards, with a vintage make up like an old fashioned diva. I look sad in this pic but I swear that I've never been so happy as in the last 12 days: in these days I met many wonderful fellows who made me feel like I need to get back on the road continuing my journey, 'cause it' s never too late to change, grow up and learn.
Thanks, folks ❤️

(Link in Bio, FB)
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It has been officialized just a week ago: on March, from 13 'till 15, my new comedy REWIND_let's play will make its debut at the amazing Teatrosophia, directed by my closer friend Giorgio Volpe and with other friends in the cast (we' ll give u more news in the future, trust us!).
The play is produced by GSG Teatro and it's focused on a young couple who come literally back in the past, during the 1997, where they meet a guitarist and a singer... Will they be able to save their relationship or maybe to find a new love, in despite of the time traveling?
A romantic comedy about music, love, relationships and other ordinary troubles.
The journey has just started right now... Stay tuned!😉
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È passata una settimana dal debutto ufficiale della commedia REWIND_let's play sul palco del Teatrosophia, durante la presentazione della nuova stagione 2019-2020. Una commedia romantica sui sentimenti e sulle ordinarie difficoltà che s'incontrano nelle relazioni, sullo sfondo nostalgico degli anni '90 e con un cuore (spezzato) pulsante a ritmo di musica.
Scritta da me, diretta da Giorgio Volpe, prodotta dalla GSG Teatro e con un cast tutto da scoprire (che riveleremo in futuro), REWIND_let' s play sarà in scena dal 13 al 15 Marzo.
Seguiteci e non perdetevi tutte le news sulla nostra nuova avventura, Folks!

(Link in Bio)
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MY PLAYS
Sotto il Segno dei Gemelli (Finché Morto non vi Separi)
Scusate il Disagio
Sympatya per il Diavolo
Route 66
Una Civetta sul Comò
Antologia PING PONG LETTERARIO (settimo torneo) edito da GIO.CA LIBRI
Antologia E' MEGLIO SCRIVERE... (autori vari) edita dall'Associazione I.C.S.
Antologia INTERIORA 2017 (Narrativa, Cut Up Publishing)
Hollywood Vetulonia!
Servizio in Camera

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