Ludovica Ottaviani
Roma

Ludovica Ottaviani nasce a Roma nel 1991. Dopo la maturità classica e due lauree con Lode in Lettere (triennale in Arti e Scienze dello Spettacolo e magistrale in Editoria e Scrittura presso l’Università La Sapienza di Roma) approfondisce definitivamente quegli ambiti professionali nei quali si...

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Tutti Amano Ennio Morricone

 

Tutti amano Ennio Morricone.

Perfino il merlo indiano che mio padre aveva da ragazzo, al quale aveva insegnato a fischiettare le note della colonna sonora de Il Buono, il Brutto e il Cattivo… (fischiettando il motivetto, stonando ed imbarazzandosi) sicuramente era più intonato il merlo.

Tutti amano Ennio Morricone.

Perfino mia zia Alba, che da bambina si faceva sempre portare al cinema per vedere i western di Sergio Leone.

Solo 50 anni dopo ho scoperto che il vero motivo per cui andava al cinema era un altro. E l’ho trovato nascosto nell’armadio di mia nonna: un poster a grandezza naturale di Clint Eastwood.

Niente da dire, mia zia aveva gusto fin da bambina.

Tutti amano Ennio Morricone.

Chiedete agli appassionati di film italiani anni ’70, a tutti quegli inguaribili romantici che ancora inseguono i fantasmi di un’epoca rincorrendo attori, volti, nomi noti, comparse sullo sfondo. L’importante è che siano appartenuti all’intero alfabeto della cinematografica italiana di quegli anni. A, B, C, Z… a loro piacciono tutti, conoscono i titoli a memoria come se fossero l’incarnazione vivente dell’enciclopedia Treccani, sono preparati come concorrenti congelati di Chi Vuol Essere Milionario sbrinati per l’occasione.

Ne conoscevo uno che viveva con la testa immersa nei generi. Parlava per citazioni, collezionava dvd con i quali aveva finito per tappezzare le pareti di casa al posto della carta da parati. Moltiplicava cd delle migliori colonne sonore con la stessa velocità dei pani e dei pesci e ovviamente aveva una venerazione speciale per tre volti, che costituivano la sua personalissima Trinità laica:

Tomas Milian, Luciano Salce ed Ennio Morricone.

Questo perché…

…Tutti amano Morricone.

Che poi la coincidenza più strana è che Salce e Morricone avevano lavorato insieme collaborando alla colonna sonora del primo film del regista, Il Federale. Salce aveva voluto fortemente il giovane compositore, col quale era tornato a collaborare in seguito per il film La Voglia Matta e, finalmente, sul vinile originale era stampato il suo nome a caratteri cubitali.

ENNIO MORRICONE.

Io l’ho visto quel vinile originale, proprio con questi occhi. Solo che, per vederlo, sono dovuta sfuggire allo zelo eccessivo di un collezionista livornese… simpatico eh, per carità, ma un po’ troppo… zelante appunto. Per evitare di dargli il mio numero di telefono son finita per lasciargli quello di mia zia Alba, l’appassionata di Clint Eastwood.

Ma vi assicuro che il collezionista, con Eastwood, condivideva solo la data di nascita sulla carta d’identità.

Tutti amano Ennio Morricone.

 

Perché ormai è famoso in tutto il mondo: come Fellini, il caffè, la pizza, la moda è diventato un sinonimo di “made in Italy” che trasporta subito la mente lontano, nel cuore del Bel Paese, sulle ali della musica.

Tutti amano Ennio Morricone perché ha composto alcune delle colonne sonore più iconiche del XX secolo. Non siete convinti? È impossibile riassumere anche solo una manciata di titoli, sono troppi e troppo importanti, rischierei di ferire l’immaginario collettivo di ognuno di voi. Sì, perché tutti abbiamo legato dei ricordi alle armonie orchestrate da Morricone ed è pericoloso trattare con superficialità tutto questo, riducendolo a un mero elenco della spesa. Non me la sento di ferire i ricordi di nessuno.

Io non vorrei che i miei ricordi fossero sciupati da una chiacchierona affetta da incontinenza verbale proprio come me… i ricordi vanno maneggiati con cura, accarezzati, tenuti al caldo e nascosti da sguardi indiscreti, perché anche loro sono un patrimonio importante proprio come le composizioni di Morricone.

Che, per carità, ha legato il proprio nome all’arte più pop(ular) del XX Secolo, il cinema, ma non dimentichiamoci che è prima di tutto un compositore. E un compositore crea mondi evocando le parole nascoste nelle note, permettendo loro di esprimersi al meglio schizzando fuori dai rigidi confini del pentagramma, trovando la propria naturale voce nel timbro potente degli strumenti di un’orchestra.

Tutti amano Ennio Morricone.

Perché è un compositore.

Perché è un musicista.

Perché è un creatore.

Perché è un artigiano del cinema (ma non solo).

Perché è un incantatore di suoni, uno sciamano.

Perché è un Maestro.

Un Maestro che si è guadagnato questo appellativo grazie al potere più forte: la creatività.

Tutti amano Ennio Morricone.

Sergio Leone, Bernardo Bertolucci, Damiano Damiani, Sergio Corbucci, Luciano Salce, Quentin Tarantino, John Carpenter, Brian De Palma, Roland Joffè, Pierpaolo Pasolini e un elenco infinito di registi che hanno scritto il loro nome nel firmamento delle stelle immobili.

Tutti amano Ennio Morricone.

Chiedete ai Metallica, ai Ramones, a Céline Dion e a tutti coloro che hanno inciso un album tributo nel 2007 intitolato appunto…

“We all love Ennio Morricone”.

Tradotto liberamente, ancora una volta, suona come:

Tutti amano Ennio Morricone.

Chiedete all’Accademy che, nel 2007, gli ha consegnato un Oscar alla carriera mentre nel 2016 gli ha finalmente conferito un award per la Miglior Colonna Sonora composta per il film di Tarantino The Hateful Eight.

Tutti amano, ancora una volta, Ennio Morricone.

E sono convinta che, se Andy Wharol fosse ancora vivo, lo trasformerebbe in una serie infinita di serigrafie come Marilyn Monroe, perché per la prima volta un compositore ha raggiunto quella fama pop destinata solo alle celebrità patinate, riconoscibili ed immortali; e c’è riuscito con la forza della propria musica, con l’eccellenza brillante che risuona in ogni singola nota delle sue opere.

Immagino Morricone come un quadro Pop Art, colorato, elegante, con quel volto riconoscibile che si trasforma in icona e bandiera di un mondo che, altrimenti, resterebbe sempre un po’ ai margini dell’opinione pubblica perché così lontano da schemi abusati e canoni usurati.

Morricone si trasformerebbe in un quadro Pop Art perché ha impresso sé stesso e la propria arte nell’immaginario collettivo, plasmandolo definitivamente: perché tutti abbiamo almeno un ricordo legato a Morricone.

Lo vedete che, in fin dei conti, non è poi così sbagliato ammettere che…

…Tutti amano Ennio Morricone?

Sotto il Sole della KaliforMia

  Ci sono dettagli della cronaca nera che spesso rimangono nascosti perfino agli occhi – e alle orecchie attente – degli individui più curiosi. Storie sospese, che sono accadute realmente ma che nessuno può raccontare, tantomeno i diretti interessati che ne sono stati protagonisti ma che… con il tempo, hanno finito per dimenticarle. Eppure sono storie curiose, orpelli della Storia – quella con la S maiuscola – che descrivono molto meglio vizi privati e pubbliche virtù di un popolo rispetto a un’istantanea fotografica.

  Ecco, la nostra storia potrebbe iniziare proprio con una fotografia: i colori vividi che sembrano gridare, pacchiani e irruenti; la luce sovraesposta, le strade vuote e il paesaggio in costruzione di un luogo italiano di villeggiatura immortalato al crepuscolo degli anni ’60.

  Nel 1969, mentre nel mondo si scioglievano i Beatles – dopo essersi esibiti un’ultima volta sul tetto della Apple Records – la rivoluzione beat faceva i conti con le ceneri della propria utopia e si celebrava, tra entusiasmo e disillusione, la fine della golden age della Flower Power con l’ininterrotto canto di Woodstock; mentre Hunter S. Thompson creava involontariamente il Gonzo Journalism con i suoi reportage sugli Hell’s Angels e la fine del sogno americano, tra droghe e motocross; proprio quando, di lì a breve, i Rolling Stones avrebbero servito l’assist per il definitivo canto del cigno di una stagione, tra la morte accidentale di Brian Jones e il tracollo di Altamont, beh…

  … in Italia Iva Zanicchi e Bobby Solo vincevano il Festival di Sanremo con Zingara.

  Certo, c’era il Prog Rock; la contestazione, l’impegno politico, il ’68 che aveva scompigliato le carte in tavola della società e della politica; le proteste contro il Vietnam, l’onda lunga delle sommosse di Berkeley, l’orribile ombra degli attentati di matrice politica che, di lì a breve, avrebbero sancito la definitiva conclusione dell’era del potere ai “figli dei fiori” pur avendo ormai fatto entrare il termine “capellone” nel linguaggio colloquiale d’uso quotidiano. Perfino nell’Italia del bel canto qualcosa iniziava a cambiare sgretolando, come acido, le fondamenta antiche della morale comune anche se il ritardo sulla tabella di marcia era evidente e inevitabile, tanto da lasciare carta bianca all’Austerity e agli anni di Piombo del terrorismo, delle fazioni politiche e del conflitto costante tra idee e realtà dei fatti che avrebbero segnato l’avvento dei ’70.

 

  Mentre Iva Zanicchi, l’Aquila di Ligonchio, gorgheggiava potente il ritornello di Zingara, un ometto basso e dalla testa tonda e lucida come un uovo sodo forse gettava il cemento per le basi di una nuova villetta, sul lungomare incontaminato di Gaeta. Cercando, con la complicità della luna, di nascondere nel migliore dei modi una gamba – con indosso un paio di stivaletti in pelle di pitone – che non voleva proprio sentirne di affondare.

  La Zanicchi cedeva i gorgheggi potenti al languore rockabilly di Bobby Solo anche quando un uomo bruno sedeva, nervoso, dietro una scrivania in attesa della chiamata forse più importante della sua vita. Quando il telefono iniziò a squillare, abbassò immediatamente la piccola radio squadrata posta in un angolo della scrivania, appoggiando nel posacenere giallo l’ultima sigaretta del primo pacchetto consumato nell’arco della mattinata.

 

  «Pronto?» sussurrò a voce bassa e con delicatissima inflessione pugliese, come se fosse nella navata centrale di San Pietro in attesa dell’udienza dal Papa.

  Dall’altra parte della cornetta lo accolse solo il silenzio e un sospiro affannoso.

  «Lello, Lello sei tu?»

  «Walter però, te l’ho detto mille volte di non nominarmi per telefono! Mannaggg o’cazz, lo sai che ci ascoltano dall’altra parte… anzi, saluta ja» una voce dal marcato accento partenopeo lo redarguì con pittoresca vivacità. Sembrava quasi l’incipit di uno sketch comico, se solo quello dall’altra parte non fosse stato Lello “tre dita”, amico d’infanzia di Walter, vicino di casa per circa vent’anni prima di trasferirsi con tutta la famiglia a Napoli, dove con il tempo inaugurò un felice import-export di stecche di sigarette clandestine – da non confondere con il contrabbando – e una redditizia attività come allibratore e informatore part time. Se si stava cercando un’informazione sensibile, come dicevano spesso gli americani nei film di spionaggio, Lello “tre dita” era l’uomo giusto per fornirla. Dietro lauto compenso e garantendo il totale anonimato della fonte, certo, ma era pur sempre il migliore nel suo ramo.

  «Scusami Lello, scusami tanto… mi sono lasciato prendere dall’emozione e--»

  «Non ti emozionare, strunz, che se no qui chissà che altro disastro combini. Adesso stai zitto, ascolta e per favore NON CHIAMARMI PIÙ PER NOME»

  «Sì, Lello»

  «Mannag o’ cazz!»

  «Scusami L—starò zitto. Giuro. Bocca cucita.»

  «Ascoltami--»

  «Come un pesce.»

  «Sì, bravo, tuo--»

  «Muto, come un pe--»

  «WALTER, E STATTEZZZZIT PE’ UNA BUONA VOLTA! Tu parlavi già troppo da ragazzino, vedrai che questo tuo vizio ti metterà in guai seri… io te lo sto dicendo, siente a me…»

  «Hai ragione»

  «Sì ma la ragione è dei fessi se mi dici sì, ma poi non capisci nu cazz»

  «È che quando sono agitato non so come sfogare l’energia in eccesso»

  «Fuma»

  «Già fatto»

  «E allora fuma di più»

  «Ma il fumo fa male»

  «E allora tappati la bocca con un calzino fetente. Io non so proprio che dirti, tu eri una piaga da bambino… figurati crescendo. Ci credo che quello, tuo fratello, è scappato»

  «VALENTINO è-- scusa, ti ascolto.»

  «Ho notizie di tuo fratello. Secondo un amico di un amico di un amico del portiere della cognata di mia sorella Assunta, è finito a Terracina.»

  «A TERRACINA?!? Ma non doveva essere in… in California a fare l’attore?!? “io voglio fare l’accademia, l’accademia…” diceva di continuo, che io infatti gli dicevo sempre “ma dove te ne vai te, con quell’accento pugliese che non te lo togli nemmeno se… se viene Ronconi in persona a prelevarti!”»

  «Sì, è una bella storiella educativa, grazie per averla condivisa co’ me, però statte zitt mo e ascoltami. Quello sta a Terracina. E mo arriva la parte dolente.»

  «Scusa eh, ma il cugino dell’amico della cognata di Assunta no, non è che ti ha detto pure che cosa sta facendo quello sciagurato lì a Terracina? Magari si è trovato un lavoro onesto.»

  «Ecco. Appunto. Apriamo il fascicolo “lavoro onesto”.»

  «Oddio. Si è messo a rubare. E io lo sapevo che quello teneva già da bambino l’istinto al furto, quando mi fotteva i dentini da latte da sotto il letto dicendo che erano i suoi, che già li aveva cambiati tutti poi, solo per raccattare i soldi…»

  «Tuo fratello, si è messo in affari con un uomo, tale Armando Donato. Re dell’Ananas di Terracina.»

  «Scusa eh, ma io sono ignorante in materia di frutta e verdura ma… a Terracina, non c’erano le fragole? Mo, ste Ananas, da dove sbucano?»

  «Mo ci arriviamo… ci arriviamo… Walter, le Ananas, o gli Ananas, perché non ho mai capito se sono maschi o femmine, non crescono a Terracina. Al massimo le fragole, i cocomeri tiè, ma non ANANAS. Quella, è una copertura.»

  «Ah. E quindi, questo Armando, di cosa si occupa veramente?»

  «Diciamo di… film.»

  «Quindi mio fratello è riuscito a diventare attore alla fine!»

  «Un po’ sì, Walter. In parte sì. Dipende dal genere.»

  «In che senso scusa?»

  Lello riprese a respirare affannosamente, senza emettere nessun altro suono.

  «L--mmmh, sta cosa che non ti posso chiamare per nome, mi uccide guarda… non mi tenere sulle spine, parla, non respirare come se avessi l’enfisema terminale, PARLA!»

  «Walter, tuo fratello fa l’attore. Ma nei film per adulti.»

  Questa volta fu l’altro uomo a restare in silenzio, sospirando come una donna in attesa del marito in libera uscita da Poggioreale.

  «Io però ancora non ho capito cosa c’entrano le ananas con i film per adulti.»

 

 

  Ci volle una conversazione di quindici minuti seguita da dieci minuti d’interminabile silenzio una volta attaccato il telefono più un nuovo pacchetto di sigarette aperto e un lungo pianto liberatorio nel bagno degli uomini per far afferrare a Walter Lo Brutto, impiegato presso l’ufficio Recupero Oggetti Smarriti dell’Aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino, Roma, la gravità effettiva della situazione.

  Suo fratello Valentino, il “cocco” di casa, amatissimo dai suoi genitori, era finito nell’industria del cinema hard. Dei film per adulti. Dei porno di bassa lega che trasmetteva, di continuo, il cinema “Ulisse” sulla Tiburtina; lo sapeva solo perché ci passava davanti ogni giorno quando tornava dal lavoro, non perché ci fosse mai entrato. Anzi, non si sarebbe mai sognato di tradire Evelina nemmeno con l’immaginazione, nonostante non avesse ancora mai avuto il piacere di incontrarla di persona, divisi com’erano dagli svariati chilometri che separavano Roma dalla Puglia.

  Era stato suo padre Salvatore a farli conoscere accogliendo con entusiasmo la lettera inoltrata da suo cugino di secondo grado Vincenzo Lo Brutto, padre di Evelina. L’offerta dell’uomo era: un approvvigionamento a vita di pesce fresco appena pescato in cambio di un conveniente matrimonio. E siccome a Salvatore era scappato sotto il naso il figlio prediletto, non gli restava che scambiare il maggiore, Walter, per un pugno di cozze.

  Il figliol prodigo, da parte sua, aveva accettato di buon grado quello strano scambio: un po’ come tutte le scelte compiute dai genitori nel corso dei suoi trent’anni, anche quella si sarebbe dimostrata infallibile e baciata dalla fortuna di uno sguardo lungimirante sul futuro. Così, a scatola chiusa e senza nemmeno chiedere che aspetto avesse Evelina (bruna, bionda, bassa, alta, grassa, magra, nasino all’insù o becco all’ingiù, occhi grandi o piccoli, baffi o barba) accettò passivamente il destino che qualcun altro aveva scelto per lui, un po’ com’era già successo per il lavoro.

  Anche lì non era stato Walter a scegliere l’ufficio oggetti smarriti dell’aeroporto, né tantomeno il destino: era intervenuta mamma Mafalda, mettendo una buona parola con il cugino Venanzio, sindaco di Massafra, per sbloccare il primo concorso disponibile e far ottenere al ragazzo un posto fisso e uno stipendio sicuro, che in casa un’altra entrata non guastava mai. E pensare che, da bambino, Walter voleva diventare cantante e suo fratello Valentino impiegato del catasto, proprio come suo padre. Ma poi aveva assaporato le luci del palcoscenico nelle cantine beat dove aveva iniziato ad esibirsi il fratello e ne era rimasto talmente affascinato da prendere, mollare tutto, tradire le aspettative riposte dai genitori pur di inseguire il proprio sogno fatto di soldi, lusso, auto veloci e belle donne. “Proprio come i divi americani”, ripeteva sempre, come quelle sagome sorridenti che ritagliava dalle pagine patinate delle riviste; aveva rubato per sempre il sogno di Walter eppure, nonostante tutto, quest’ultimo non riusciva a portargli rancore e non aveva mai smesso di dannarsi per la sua repentina scomparsa.

 

 

  La prima cosa che Lello consigliò a Walter, fu di ordinare un caffè corretto al bar e di ingoiare una Valeriana. Poi di non dire ancora niente ai suoi genitori per non dare loro false speranze e infine di andare a raccattare suo fratello di persona. A Terracina. Montare in auto, guidare per un’oretta – traffico incluso – cercando i campi d’Ananas di Armando per poi prendere Val (come lo chiamavano in famiglia) per un orecchio riportandolo sotto lo sguardo vigile e attento della Lupa Capitolina, che no, non era evidentemente la signora Lo Brutto. Eppure una strana sensazione aveva iniziato ad attanagliarlo fin dal pianerottolo di casa, quando aveva salutato i suoi genitori; l’aveva seguito fino in auto ed era aumentata quando aveva imboccato la Pontina lasciandosi Roma alle spalle. Un senso di angosciante inquietudine. Era troppo ansioso per ragionare lucidamente, poteva notarlo da come sistemava compulsivamente il pupazzo a forma di cane che aveva poggiato sul cruscotto: ogni volta che si fermava e iniziava a scuotere con perplessità la testa, la bloccava di colpo rimettendola a posto. E andò avanti così fino a un indefinito chilometro della Pontina, più o meno all’altezza di Latina. Più o meno dopo aver ascoltato per 4 volte la stessa cassetta nello Stereo 8 che aveva in auto. Più o meno quando perse completamente l’orientamento sulla mappa.

  Dove stava andando? Ma soprattutto, stava andando nella direzione giusta? Focalizzò in quel momento che non si era mai allontanato da Roma in solitudine: era sempre stato in compagnia di qualcuno, con un conducente fidato che lo aveva sballottato da una parte all’altra come un pacco postale. Così succedeva quand’era adolescente e tornavano in Puglia. Pur di riportare suo fratello a casa, era montato sulla sua Fiat 500 color panna acida da solo e in compagnia di una flacone di Valeriana, di poche cassette per lo Stereo 8 e di una mappa della regione, che aveva studiato da cima a fondo nel suo appartato – e claustrofobico – ufficio dell’aeroporto. Solo che adesso aveva completamente smarrito la strada che si era prefissato di seguire e vagava a vuoto, con un successo di Santo e Johnny in sottofondo, il sole torrido dell’estate cattiva che picchiava senza pietà infiammando la lamiera della 500 e l’infinita lingua d’asfalto senza interruzioni, avvolta da un sottile effetto Fata Morgana che ne sfumava i contorni.

  All’improvviso accostò al bordo della strada, davanti a un malmesso cimitero per vecchie auto, cercando di trovare – senza successo – il verso giusto per decifrare la cartina. Ma ogni sforzo sembrava inutile e i tentativi di trovare Terracina scarsi quanto quelli di incrociare un Leprecauno con una pentola d’oro alla fine di un arcobaleno. Dall’altro lato della strada, un autogrill in legno bianco occhieggiava ammiccante, seducente come il canto di una sirena sporcacciona.

  Cimitero per auto.

  Autogrill simil-cabina di uno stabilimento balneare.

  E ancora cimitero.

  E poi Autogrill.

 

  Quando la campanella posta sulla porta dell’autogrill tentennò delicatamente, un giovane uomo magro e sudato, dallo sguardo spaventato, irruppe nella placida quiete di un’ordinaria giornata d’afa estiva. Il proprietario dell’autogrill alzò pigramente lo sguardo dal quotidiano che stava leggendo, spostando appena lo stuzzicadenti che pendeva dalla sua bocca lasciva. Somigliava incredibilmente a una versione fin troppo matura di Little Tony: abbronzatura dorata, ciuffo cotonato ed impeccabile in stile Elvis e folte basette attraversate da innumerevoli fitte trame di fili d’argento; lo stuzzicadenti era coordinato alla catenina d’oro che pendeva dal collo, adagiata sulla canotta bianca a costine, e infine ai grossi tatuaggi in puro stile americano che sfoggiava sui bicipiti. Aquile, pin up, ancore. Ricordi di una vita in marina, dell’ultima guerra o con molta probabilità di un soggiorno in prigione.

  Seduta dietro uno dei tavoli c’era una donna dalla stessa abbronzatura compatta: avrà avuto una sessantina d’anni, una vaporosa acconciatura biondo platino in stile Marylin Monroe coordinata al rossetto rosa corallo come le unghie, che venivano leccate – insieme a tutta la mano – da un piccolo Pechinese che teneva in braccio, come un figliol prodigo. I pantaloni a sigaretta leopardati catturarono subito l’attenzione di Walter come una malsana calamita.

 

  «Ha bisogno di qualcosa?» disse l’uomo dietro al bancone: la voce era bassa, un rantolio aggressivo e minaccioso. Walter distolse lo sguardo, perdendosi nel nulla, fino ad intercettare la punta lucida delle sue scarpe da cerimonia.

  «Credo di essermi perso. Sto cercando l’uscita per Terracina.»

  «Forestiero?» domandò l’Elvis pontino.

  «Romano.»

  «Forestiero. Gradisce un caffè nero bollente?» Walter avrebbe voluto rispondere “ma anche no, grazie, perché di solito il caffè mi fa venire sonno e l’istinto irrefrenabile di cercare un bagno, perché soffrendo di colon irritabile…” ma il proprietario aveva già riempito la tazza. E attendeva che bevesse.

  «Tutto d’un fiato» aggiunse, appena il ragazzo avvicinò la tazzina alla bocca. Il malcapitato deglutì ancora prima di essere entrato in contatto con il nero intruglio, che oltre a conservare un retrogusto di fondo bruciato misto a cartone pressato, era letteralmente rovente. Tanto che di colpo smise di sentire dolore, con la lingua arroventata per bene come San Lorenzo sulla graticola.

  «Buono eh?» Walter non rispose. Annuì sbattendo la tazza sul bancone. Stava sudando ancora di più, mentre la radio a valvole sistemata accanto al telefono a gettoni trasmetteva la stessa canzone di Santo e Johnny che aveva ascoltato anche lui, in loop, per ore.

  A parte l’incidente con il caffè – che faceva parte di qualche sinistra prova iniziatica, con molta probabilità – L’Elvis pontino si dimostrò particolarmente gentile e prodigo di consigli: gli indicò la strada segnandola sulla mappa, gli descrisse con dovizia di particolari il piccolo sentiero che s’inerpicava lungo la montagna sovrastata dal Tempio di Giove Anxur dove avrebbe trovato le coltivazioni di ananas perché, strano ma vero, anche lui aveva sentito di questo anomalo business e dell’inaccessibile villa dell’uomo che l’aveva avviato…

  «Ma perché vuoi andare lì?» gli domandò infine, roso dalla curiosità.

  «Diciamo che è… una questione di famiglia» l’intestino di Walter iniziò ad emettere strani versi satanici. Così alzò la voce di due toni «devo trovare mio fratello, è scappato di casa e da mesi non abbiamo più sue notizie.»

  «Brutta storia, davvero una brutta faccenda… stai attento perché girano strane storie su quella villa.»

  «Strane storie TIPO?» aveva emesso un falsetto, contorcendosi appena e poggiando i gomiti sul bancone. Elvis si accigliò.

  «Tutto bene?»

  «Sì CERTO.» Ormai gorgheggiava come Farinelli.

  «Storie di… di gente. Che va e che viene. Gente strana, gente sinistra… gente perduta. Chissà cosa fanno lì dentro, con le luci accese fino all’alba.» l’uomo concluse la frase accendendo un fiammifero: lo osservò un po’ mentre prendeva fuoco prima di lasciarlo cadere in un bicchiere di vetro con un dito d’acqua. Poi ne prese un altro e ricominciò, senza più degnare Walter di uno sguardo.

 

  «Mi scusi… posso usare il bagno?» seguirono dei gorgoglii degni di un rubinetto.

  «Ne abbiamo uno ma al momento è rotto; sul retro dell’autogrill c’è quello di servizio ma--»

  «BENISSIMOGRAZIE!» e sfilando accanto alla Marylin Monroe leopardata con Pechinese in braccio, scivolò attraverso una piccola porta sul retro prima di sparire.

  «…è un bagno esterno. Boh, bah, contento lui.» bofonchiò Elvis tornando a giocare con i fiammiferi.

 

 

  La villa ribattezzata dal suo proprietario “Milagro” sorgeva sulle pendici del monte Sant’Angelo, sovrastato dagli antichi resti del tempio di Giove Anxur che vegliavano, silenziosi e placidi, il paesaggio addormentato sotto il sole della KaliFormia, come – sempre lo stesso uomo – aveva ribattezzato quella fascia costiera della Riviera d’Ulisse. Armando Donato era una miniera d’oro di citazioni, frasi improbabili, colpi di genio ed idee imprenditoriali dal dubbio gusto e dagli imprevedibili esiti. Agli inizi degli anni ‘60 si era gettato a capofitto nel business discografico, con la volontà di scovare – e lanciare sul mercato – la risposta italiana ai Beatles; non ci riuscì, ma finì per non abbandonare le controproducenti idee legate al mondo dello spettacolo. Agente degli attori, promoter, discografico, manager, piccolo editore e infine… produttore. Ma con i soldi degli altri. Perché, come ricordava sempre: “il buon produttore è quello che i soldi li trova, non li deve mica cacciare dal suo portafoglio.” E aveva trasformato quella massima prima in una mantra, poi in Vangelo per tutti i suoi seguaci: un manipolo di ragazzotti giovani, ribelli, in controtendenza rispetto alle regole dei propri padri e affascinati dal mito di una piccola, libera, California indipendente a portata di tutti. La rivoluzione dei figli dei fiori era approdata nel basso Lazio ed era difficile essere immuni a quel richiamo soave che profumava di salsedine, anarchia e rivoluzione. Molti giovani, ragazze e ragazzi poco meno che ventenni, erano affascinati dal mito illusorio di un’antica libertà perduta quanto dalle luminose luci della ribalta che Armando offriva loro, grazie al proprio infallibile fiuto per i guadagni facili e il successo assicurato. Aveva così raccolto intorno a sé giovani di bell’aspetto da impiegare nella sua nuova avventura: l’industria pornografica.

  La punta di diamante era sicuramente Val l’implacabile, del quale ignorava perfino il nome completo. Anzi, a pensarci bene… aveva sempre creduto che “Val” fosse il suo nome d’arte.

  Il ragazzo, dal canto suo, aveva sempre visto Armando avvolto da una lucente aura blu cobalto: in un primo momento credeva che a parlargli fosse direttamente il Karma, ma con molta probabilità gli acidi che l’uomo distribuiva durante i suoi privatissimi Full Moon Party – in puro stile californiano – falsavano un attimino la realtà, sfumando sempre di più il contorno tra reale e immaginario.

 

  Proprio come in quel preciso istante, quando il portone massello della Villa si era messo a ruggire con forza dalle profondità della terra. Val, terrorizzato, si era nascosto dietro una colonna coperta di maioliche decorate in stile portoghese; sudava, e non per il caldo. Sentiva il cuore scoppiargli nelle orecchie e pulsare veloce come un assolo di Ginger Baker alla batteria.

 

  «Chi… chi c’è?!?» esclamò con voce impastata. La bocca era secca, la produzione di saliva sembrava voler scioperare nonostante tutta l’acqua che continuava ad ingerire. Da un momento all’altro si aspettava che un enorme leone viola rimbalzasse dal portone (divenuto nel frattempo malleabile come gomma) finendo per essere proiettato nello spazio come una chimera dalle fauci spalancate. Serrò gli occhi e il ruggito di colpo cessò, sostituito da una serie di secchi colpi che precedettero, di poco, un indefinito attimo di silenzio.

 

  «Valentino, sei tu?» chi poteva conoscere il suo vero nome? Nessuno, a parte… non era possibile.

  «SignoLe no c’è, se vuole lascia messaggio che io poi gli poLto»

  «Valentino, smettila di fare il filippino che sei terribile. E meno male che sei andato “all’accademia”, attore cane eri e attore cane sei rimasto!»

  Di colpo, il pesante portone di legno massello si spalancò e di fronte a un Walter madido di sudore e quasi ustionato – dopo la lunga scarpinata lungo il monte – comparve un giovane uomo dai folti baffi scuri ben curati e da una strana… retina per capelli sulla testa. Sembrava piuttosto una calza nera da donna, Walter non aveva mai visto niente del genere in vita sua. Nonostante l’aria calda e afosa di luglio, il giovane indossava un kimono in seta con fantasia a chiazze di sudore e un paio di calzettoni da uomo in filanca, alti al ginocchio, che occhieggiavano dai sandali in cuoio aperti. Non riusciva a smettere di passare in rassegna quel campionario di orrori dall’alto in basso.

 

  «Comunque io non sono mai stato un attore “cane”. Semmai, un attore d’avanguardia.»

  «Valentino. Ma come ti sei ridotto… ti hanno fatto del male?»

  «Eh, prima di tutto mi devi chiamare Val, che Valentino è morto e sepolto da quando me ne sono andato di casa. E poi che è tutta sta confidenza? Chi ti ha invitato qui?»

  «Veramente mi avresti dovuto chiedere “come hai fatto a trovarmi qui?”. Questa è una buona domanda.»

 

  Val fissò il fratello con i suoi occhi bovini, languidi e lenti, come la mucca che fissa con estrema concentrazione un treno in transito sui binari. In tutta risposta, si aggiustò probabilmente l’elastico delle mutande; Walter si voltò, disgustato.

 

  «Giusto. E quindi, com’è che hai fatto a trovarm--»

  «Lello. Te lo ricordi Lello?»

  «No.»

  «Lello “Tredita” fa l’allibratore. Di fatti e misfatti ne conosce parecchi. È così che siamo risaliti a… questo posto. Ma che cos’è?»

  «Una villa, che non lo vedi?»

  «Ti sei comprato una villa?!? Bene, sono contento, quindi alla fine sei diventato un attore, no?»

  «Abbastanza.»

  «Non è la riposta giusta.»

  «Senti, Walter, ma ti sei arrampicato su un monte come un camoscio solo per--» di colpo, Val lasciò la frase in sospeso. In un primo momento, il fratello pensò che quello fosse un modo teatrale per creare suspense, per aumentare il pathos drammatico della situazione. Ma quando notò che il ragazzo aveva completamente smesso di respirare, tendendo le orecchie come in attesa di un’imminente catastrofe, capì che forse stava accadendo qualcosa di molto, molto strano. 

 

  «Val?» azzardò appena. E in tutta risposta fu trascinato dentro la villa dal fratello, che chiuse il pesante portone dietro di sé.

  «Val, che… che succede?»

  «Sei stato seguito?»

  «Seguito? Io? E da chi--»

  «Non può essere. Gilda, GILDAAAA! Fortunato è tornato!»

  «Oddio, mo chi è Gilda?!?»

 

  Una donna comparve in cima alla ripida scala della villa: da lontano, sembrava di vedere Rita Hayworth rediviva, immortalata nel fiore degli anni da quel capolavoro in bianco e nero che è “Gilda”. Capelli lunghi, rossi e lucenti; abito da sera nero, lunghi guanti neri nonostante i quasi 40 gradi che si respiravano in quella serra di lusso. Ancheggiava sinuosa ad ogni gradino, impeccabile e seducente come un grande felino, una pantera in cattività. Walter la fissava estasiato e poteva sentire la sua fantasia galoppare veloce: gli sembrava di essere tornato bambino, ai tempi del cinematografo all’aperto, con quella bellezza folgorante che aveva fatto irruzione nella sua immaginazione; perso com’era nel flusso dei propri ricordi, quasi ebbe un sussulto d’orrore quando la fulgida apparizione gli si avvicinò.

  Quella era la salma di Rita Hayworth, una sessantenne avvizzita da fumo, alcol e abbronzatura selvaggia che della splendida diva conservava solo i capelli, a tutti gli effetti un “gatto morto” sintetico poggiato sulla testa. Sorrise e i denti separati – con tanto d’intervallo di circa 24 ore tra i due incisivi superiori – lo fecero tornare bruscamente alla realtà con tanto di smorfia di profonda disapprovazione.

 

  «Fortunato! Sei tornato!» cinguettò lei con esse sdrucciola e sorriso smagliante.

  «No Gilda, lui non è--»

  «Signora Gilda, piacere mio di conoscerla ma io non sono Fortunato.» Lei fissò entrambi, in silenzio, prima di emettere una risata nasale e trasognata.

  «Dai… smettetela di prendermi in giro, mi trattate così perché pensate che io sia stupida. Ma non lo sono. Lo sapevo Fortunato che non potevi essere scappato senza di noi.»

  «Ma chi è ‘sto Fortunato?» sussurrò Walter a Val.

  «È una lunga storia disonesta, lascia fare.»

  «Armando è andato a cercare il Campo dei Miracoli senza di noi.»

  «Il Campo dei Miracoli?!? Quello di Pinocchio?» domandò perplesso Walter.

  «E pensavamo che tu l’avessi seguito. Che fossi in affari con lui. Ma sapevamo che non ci avresti mai tradito… in cuor mio, sentivo che non l’avresti mai fatto» e in tutta risposta la donna portò la mano destra di Walter sul suo cuore, peccato che… finì però per intercettare il prosperoso seno. Il giovane uomo sgranò gli occhi.

  «Cos’è questa storia?»

  «Gilda, dovevi stare zittina per una buona volta.» Val la fulminò con lo sguardo.

  «Perché, che ho detto?»

  «Lui è mio fratello Walter, da Roma… non è Fortunato. Fortunato è sparito due giorni fa.»

 

  La donna si accigliò di colpo, scansando sdegnosa la mano del giovane che ri-cadde, inerme, lungo il fianco; suo fratello fece appena in tempo a sistemargli un puff in vinile sotto il sedere perché, pochi secondi dopo, Walter si abbandonò a corpo morto con tanto di sguardo vitreo: la vera domanda che gli passava nella testa non era “cosa sta succedendo” ma piuttosto “perché mi sono cacciato in questa situazione?” In trent’anni di vita non aveva mai avuto problemi; aveva evitato accuratamente i guai e le loro strade non si erano mai incrociate. Almeno, fino a quel 20 Luglio 1969.

 

  «Senti Walter, ti vedo pallido. Vuoi un drink?»

  «Eh?»

  «Una bevanda, un aperitivo… alcolico, analcolico, alla frutta…» il giovane uomo continuò a scuotere la testa, confuso. «Un Martini, qui ci vuole un bel Martini. Mo me lo preparo pure io.»

 

  Val scomparve attraversando l’ampio salone della villa; solo Gilda rimase lì a fissare Walter con ignorante insistenza. E più restava lì, più si avvicinava per scrutarlo meglio: i suoi occhi verdi solcati da una pesante linea di nero eyeliner lo fissavano inquisitori.

 

  «Senti n’po’ ber moretto, ‘nnamo co sta sceneggiata» esclamò di colpo. Walter trasalì, come risvegliatosi da un brutto incubo.

  «EH?!?»

  «Statte zitto, smettila co’ sta sceneggiata e abbassa la vosce, che se quello dellà ce sente ce se fa a tutti e due. Si nun ve faccio fori prima io. Fortuna’, co’ me ppoi parla’ chiaro. So’ sempre GiRdina tua, quante risate che se semo fatti insieme sur set eh?!? Che fai er timido mo?»

  «Ma lei non era…»

  «Era che? L’ascento? Aaaaaah, ma quello è na pantomima… Shai com’è, nel cinema ci vuole la dizione, e io modestamente ho studiato sui set de Cinecittà come comparsa. Poi me so ‘nnamorata de quer rincojonito de Armando, e ppe’ 20 anni ho accettato corna, droga e affari fallimentari. Ma questa fijetto mio, a no, sta storia der Campo de’ Miracoli nun è na balla. Ah no. E qui dovemo capi’ come movese. Famo fori quello spilungone dellà, che dici? E poi se sbarazzamo pure de Armando e se tenemo tutto, eh?»

 

  Walter era sconvolto. Sempre più sudato e sempre più sconvolto. Fissava quella terribile Circe da avanspettacolo, quella strega tutta moine e ammiccamenti pronta ad uccidere per una “roba” che sembrava uscita da una fiaba rovesciata. Ma dov’era finito?

  Suo fratello riapparve con in mano un vassoio con sopra tre bicchieri colmi di Martini: le olive galleggiavano all’interno come piccole boe alla deriva. Poggiò il vassoio su un basso tavolinetto in plexiglass colorato, ma prima di poter prendere uno dei bicchieri Gilda gli bloccò la mano con un vezzoso schiaffetto; Val la fissò perplesso.

 

  «Prima di bere, chiudiamo tutti e tre gli occhi ed esprimiamo un desiderio. Poi soffiamo sopra il Martini, come se fossero candeline.»

  «Questa è uscita scema» sussurrò Val a mezza bocca: non riusciva proprio a capire perché suo fratello stesse sudando così tanto e avesse già quell’espressione allucinata da gatto in tangenziale. Fece spallucce e chiuse gli occhi come gli altri due, soffiando forte prima di riaprirli e tracannare finalmente, tutto d’un fiato, il Martini.

 

  «Bene» esclamò sfregandosi le mani e leccandosi i folti baffi «come ti senti Walter?»

  «A-accaldato.» rispose il fratello fissando basito il fondo del bicchiere.

  «Solo? Non senti nient’altro? Che so… un brividino, un fremito che ti sale e ti scuote tutto… magari due nuvolette viola…» Gilda lanciò un’occhiata bieca a Val.

  «Non avrai mica--»

  «Noi lo facciamo sempre!»

  «Sì ma l’ho corretto anch’io!»

  «CHE COSA HAI FATTO?!? Walter sputa subito»

  «Che cosa?»

  «Il Martini. Sputalo, SPUTALO SUBITO!»

  «L’ho… già mandato giù, perché?!?»

  «Pazza. Che volevi fare, sbarazzarti pure di mio fratello?»

  « “Pure”?!? Perché, credi che io c’entri qualcosa con la scomparsa di Fortunato?»

  «Tu c’entri sempre!»

  «Scusatemi» intervenne Walter alzando timidamente un indice «qualcuno potrebbe spiegarmi cos’è appena successo?» scese il silenzio. Val, madido di sudore perfino sulla punta dei baffi, fissò il fratello.

  «Vedi, ti abbiamo appena corretto il Martini.»

  «Mh-mh.»

  «Entrambi. Con degli acidi. LSD, per la precisione.»

 

  Sarà stato semplicemente l’effetto della notizia, che gli arrivò addosso come un pesantissimo tir che procedeva a passo d’uomo, ma Walter sentì improvvisamente la testa leggera. L’ultima cosa che vide, prima di svenire ruzzolando a terra, fu la faccia di suo fratello che si scioglieva confondendosi con il sole accecante, seguito da un indistinto “blablabla”. E poi, più nulla.

 

 

  È a questo punto della storia che irrompo io. Chiamatemi solo D., perché quando sei invischiato in affari sinistri, pasticciacci brutti, fatti di cronaca nera, mantenere un basso profilo è sempre molto importante. Anche se, devo ammetterlo, col mio stile vistoso ed eccentrico rimanere in disparte, ai margini delle storie, è per me quasi sempre impossibile…

 

  Walter rinvenne solo quando la sua testa sbatté violentemente contro “qualcosa”: con gli occhi ancora chiusi, si avventurò con la mano alla ricerca del corpo contundente. Era una superficie fredda, liscia ma surriscaldata da un lato. “Che strana anomalia” pensò il giovane uomo avvolto ancora dalle tenebre; quando si decise con cautela ad aprire prima un occhio e poi un altro, trovò un faccione barbuto baciato dal sole che gli stava riversando addosso sbuffi di pigro fumo aromatizzato.

 

  «C-chi sei?!?» esclamò terrorizzato Walter, schiacciandosi sul corpo contundente contro il quale era andato a sbattere, ovvero il finestrino posteriore della sua 500 color panna acida.

  «Semmai la vera domanda è… chi sei tu?» gli rispose l’uomo barbuto sogghignando, con atteggiamento sornione, mentre continuava a produrre piccoli sbuffi di fumo circolari che si disperdevano nell’aria irrespirabile del piccolo abitacolo.

  «D. non potresti smettere di fumare quella merda almeno per un momento? Qua si soffoca.» La voce che aveva parlato era quella di Val: con quell’accento inequivocabile, Walter ne era sicuro. Come era sicuro che, accanto a suo fratello, seduta sul sedile del passeggero se ne stava Gilda la rossa, parrucca omologata inclusa. Ma chi era l’uomo che continuava a fissarlo?

  «Va bene, come volete. Ma non vi permetto di chiamare questo “merda”» replicò, agitando in aria il bocchino d’avorio con la strana sigaretta; non aveva mai smesso per un solo istante di sorridere o di riavviarsi il folto ciuffo di capelli neri lucidi come la superficie di un lago in una notte senza luna.

  «D-dove s-siamo?»

  «Vedi Walter, abbiamo capito che non reggi troppo bene un trip psichedelico»

  «Così ti abbiamo dovuto legare, imbavagliare e nascondere nel bagagliaio per farti entrare in auto» aggiunse Gilda.

  «CHE COSA?!?»

  «Ti abbiamo legat--»

  «Ho sentito, stupido! È una domanda retorica, capito?!? R-E-T-O-R-I-C-A! Voi siete tutti pazzi, potevate uccidermi…»

  «Naaaaa, quella è roba buona, fidati»

  «E questo pagliaccio chi è?!?»

  «Si chiama D. È un giornalista» disse Val.

  «Cronista di Nera, per la precisione» aggiunse l’uomo riaccendendo la punta della sigaretta con un accendino.

  «E che ci fa qui un giornalista?»

  «Beh, io ho promesso di rivelare a Val dove si trova il Campo dei Miracoli… a patto di portarmi con voi. E di farmi incontrare te, Fortunato, “la Primula Rossa della Pontina”. Bel nome che ti ho dato, eh?»

  «Ma la volete smettere tutti?!? Chi è questo Fortunato, io sono--»

  «Era ferito alla testa quando è tornato alla Villa, probabilmente è ancora un po’ confuso.»

  «E con una ferita alla testa si è calato ben due acidi? Complimenti Fortunato, mi hai battuto a mani basse.»

  Walter fissò tutti con i grandi occhi scuri sgranati dal terrore, prima di perdere qualunque freno inibitore iniziando a colpire il tettuccio dell’auto e il finestrino con la testa, cercando nel frattempo di abbassarlo per gridare “aiuto” fuori dall’auto; ma D. lo tirò per i pantaloni del completo facendolo tornare a posto. Il caldo era sempre più soffocante, l’aria inesistente perché satura del fumo aromatizzato del giornalista; il volto barbuto di quest’ultimo iniziò a contrarsi in un’orribile smorfia ghignante e distorta, gli occhi da camaleonte che colavano insieme al resto della faccia, quadranti di orologi molli in un incubo surrealista. La sua pelle viola era coperta di squame, squame viola come quelle di un serpente piumato: la bocca di Walter emise un urlo disperato e pazzo.

 

  «No, non è ancora uscito dal trip» esclamò D. leccandosi le zanne gialle con la lingua biforcuta blu.

  «Spero che non sia un brutto trip, piuttosto» aggiunse suo fratello girando solo una delle sue due teste, mentre l’altra restava sul collo, particolarmente concentrata nel non staccare mai gli occhi dalla lunga lingua d’asfalto della Pontina.

 

  Dove stavano andando? Walter non riusciva a capirlo. Fuori dal finestrino scorreva un paesaggio solitario dal sapore esotico, disseminato da prefabbricati in lamiera – improvvisati luoghi di ristoro, tra birre e mozzarelle di bufala – e desolate stazioni di servizio, intervallate a sparuti stabilimenti balneari. Dal suo lato, poteva vedere solo distese d’asfalto, e poi brevi distese d’acqua che quasi lambivano la spiaggia: la 500 era stata invasa dal rumore pigro delle onde e dall’odore della salsedine. Dal finestrino accanto a D., invece, riusciva a scorgere i contorni spigolosi delle chiare montagne, mentre il crepuscolo li tallonava iniziando a scendere rapido come un velo di seta.

 

  «Sei sicuro di sapere dov’è il Campo?» domandò, di colpo, Val. Finalmente aveva smesso di avere una testa di scorta.

  «Fidati, fidati… prendi l’uscita per la spiaggia di Serapo, la prima che vedi a destra. Ecco, qui» D. si sporse accanto al ragazzo, indicando con la mano dalle dita ingioiellate una piazzola di sosta improvvisata. Fermarono la 500 e, scendendo, furono accolti dalla brezza della sera e dal belvedere affacciato sul mare aperto, tinto dai colori rosa striati d’oro del tramonto. D. reggeva Walter per il bavero della giacca, dentro la quale continuava a sudare lasciando progressivamente una sindone di terrore e paura. Aggiustandosi i pantaloni, il giornalista respirò a pieni polmoni senza mai abbandonare la cicca che gli pendeva dalla bocca.

 

  «Signori, il Campo dei Miracoli è proprio là sotto. Vedete quella villetta sulla spiaggia, in costruzione? Vi basterà scendere quei gradini per trovare il vostro amico magari intento a disseppellire il tesoro del capitano. Ora, se volete scusarmi…» strattonò il suo ostaggio «mi porto via Fortunato e scrivo lo scoop del secolo. Il Pulitzer mi aspetta!» ma appena si voltarono, un rumore metallico risuonò nell’aria silenziosa. Val stava puntando l’occhio cieco di una pistola contro suo fratello e il loro Caronte psichedelico; scuoteva la testa perplesso, emettendo uno strano schiocco con la bocca.

 

  «Voi non ve ne andate da nessuna parte. E venite con noi adesso. Voglio vedere se ci hai rifilato un biscotto o se questa volta la storia del Campo dei Miracoli è vera.»

 

 

  Quattro piccole sagome nere si stagliavano contro il cielo dell’imbrunire; senza una torcia cercavano di orientarsi affidandosi agli ultimi barlumi di luce naturale che venivano progressivamente spenti dalle stelle, punti luminosi che iniziavano ad affacciarsi nel cielo scuro insieme alla lattiginosa superficie della Luna. Stavano percorrendo a tentoni i gradini scoscesi che costeggiavano lo sperone di roccia a strapiombo sulla spiaggia, cercando di non ruzzolare giù o di sparare accidentalmente un colpo in testa a qualcuno. Walter e D. aprivano quel corteo sinistro, quella surreale danza macabra; dietro di loro c’erano Val e Gilda, aggrappata al braccio del ragazzotto per non cadere.

 

  «Guardate che Luna--»

  «Stai zitto D. e non ti fermare, se no ci fai finire tutti in fondo al mare» incalzò Val premendo la canna della pistola contro la testa del giornalista.

  «Va bene, va bene… sapete che forse stasera gli americani sbarcheranno lì sopra con l’Apollo 11?»

  «STA ZITTO!»

  Continuando a camminare, con le braccia alzate e le mani incrociate dietro la nuca, D. si avvicinò a Walter, iniziando a sussurrare nel suo orecchio.

  «Ma è sempre stato così isterico tuo fratello, o è colpa degli acidi?»

  «È colpa della brutta gente come te, che l’ha portato fuori strada.»

  «Moi? Noi?» l’uomo sfoggiò un sorriso sardonico, affascinante e sinistro: somigliava ad uno splendido fauno rinascimentale scolpito nel marmo, elegante ma satanico «Tuo fratello ha fatto tutto da solo, non siamo stati noi a “portarlo fuori strada”. Ha solo assecondato la sua natura, tutto qui.»

  «E questa storia del Campo dei Miracoli? Anche questa faceva già parte della “sua natura”? Quello non ha mai letto neanche Pinocchio.»

  «Ti racconto una storiella, a titolo gratuito. Considerala un regalo prima che ci facciano fuori...» esclamò senza perdere mai il sorriso «appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, un militare americano – che chiameremo Capitano Ray – era di stanza qui, a Gaeta, in attesa di rientrare nella sua amata California. Ma sai, è vero che questo posto un po’ ci somiglia perché… il Capitano finì per trovarsi molto bene. E per restare qui. Ma non si sentiva appagato, la Guerra lo aveva cambiato ed era difficile tornare alla normalità… così, cominciò a peregrinare di pub in pub finché non finì dal buon vecchio Quinto. Eh sì, Quinto sapeva come trattare con gli americani, aveva allestito il locale come un covo di Hell’s Angels e i ragazzini “ribelli senza una causa” lo adoravano. Immagina tutti questi cloni locali di James Dean, chiodo in pelle e ciuffi ribelli…»

  «Che state confabulando voi due? La confessione? L’estrema unzione? Forza, camminate!» D. sentì premere la canna della pistola sempre più forte dietro la nuca. Forse in quel momento perfino il suo sorriso s’incrinò per un istante ma, abbassando la voce, proseguì con la storia.

  «Per fartela breve-brevissima: Capitano Ray trova simpatici i giovani teppisti e questi ricambiano il sentimento. Lui aveva dell’erba buona portata dalla California, i ragazzi la provano, partono per la luna – nel senso che wow! Questa sì che è roba buona – e il Capitano decide di aprire un’interessante attività: una coltivazione di Cannabis.»

  «Come gli ananas di Armando.»

  «Esatto – a proposito, hai mai capito se l’ananas è maschio o femmina? Io no. Insomma, il Capitano coltiva un intero campo a Cannabis ma… all’improvviso, il Vietnam chiama. Ray risponde, va a servire il paese e finisce per restare ucciso dai Vietcong pochi anni fa. Giusto il tempo di trasformare questo famoso Campo dei Miracoli nella leggenda locale, più ambita del Sacro Graal.»

  «Principessa, vuoi scendere l’ultimo gradino o ti devo portare in braccio?» replicò Val dietro le loro spalle: lo sentirono togliere la sicura alla pistola; Walter avanzò chiudendo gli occhi. Le scarpe da cerimonia affondavano nella sabbia umida, rendendo difficile ogni passo.

 

  Davanti a loro si apriva la distesa bianca della spiaggia di Serapo, silenziosa e lambita solo dalla onde del mare, con la luce del vecchio faro sulla sommità del Monte Orlando a fare da testimone a quella strana vicenda. Alla fine solo lui avrebbe saputo la verità, perché i due ostaggi non erano tanto sicuri che sarebbero usciti vivi da quella lunga notte. Procedevano a fatica incontro ad una vecchia casa blu e grigia, in stile greco, affacciata a pochissimi metri dalla battigia: una mareggiata, e il proprietario si sarebbe ritrovato il mare stesso come ospite a sorpresa. Si sentiva nell’aria un ritmico rumore metallico ma attutito, come… come una pala a contatto con terra e corpi solidi. Casse. Cemento.

  Aggirando la casa, c’era un campo: brullo, selvaggio, scuro e senza nessuna traccia di vita se non dei blocchi di cemento adagiati in rigoroso disordine sparso, tanti monoliti che formavano un’accidentale Stonehenge sul mare; una radio a volume bassissimo trasmetteva le evoluzioni di Iva Zanicchi in Zingara, talmente flebili da essere percepite soltanto dai delfini. Vicino alla radio tozza e colorata, c’era un ometto della stessa forma, senza collo e spietato fino al midollo; teneva tra le mani una vanga, con la quale stava cercando di seppellire – o disseppellire – qualcosa. Per la precisione, un corpo umano, come poterono appurare quando gettò, ai loro piedi, un femore con stivaletto in pelle di pitone.

  Gilda, vedendo quell’orribile feticcio sotto la Luna, lanciò un grido scomposto e terrificante, iniziando a biascicare un nome indistinto.

  «Fo…rtu…nato… Fortunato…»

  L’ometto dalla testa lucida si fermò di colpo, voltandosi verso la fonte del rumore. Tutto sporco di terra. Con una vanga in mano. E una pistola nell’altra.

  «E vabbè ma ditelo, qui avete tutti il grilletto facile!»

  «STA ZITTO D.!» replicarono in coro. Armando, il coltivatore di Ananas abusivo, santone della KaliFormia libera, iniziò a sorridere fissandoli.

  «Ragazzi… che ci fate qui?»

  «Lo sai perché siamo qui.» Val puntò la pistola contro l’uomo, prendendo la mira. «Il Campo dei Miracoli, Arma’»

  «Ma quale Campo dei Miracoli, Val… hai davvero creduto a quella storiella? Era solo un modo per mettere le mani sui vostri soldi. E farvi partecipare ai miei film. In fondo… che non ci siamo divertiti tutti insieme?»

  «Parla pppe’ ttte» disse Gilda, sfilandosi la parrucca rossa e gettandola tra la sabbia.

  «Gilda?!?» domandò Val smarrito.

  «So’ 20 anni che te sto dietro, che ingojo li bocconi amari perché me pareva de amatte. Ma me pareva. E me sa tanto che me so sbajata. So stufa de le buscie, de li campi de li miracoli, de tutte ste stronzate che se semo bevuti tutti. M’hai fatto vive tutta ‘na vita co sto gatto morto in testa perché “fasceva chic”. Ma schicche de che, me chiedo.»

  «Alla faccia. Mi sembrava tanto una signora» aggiunse D.

  «Ma quale signora e signora… e poi, chiamame cor mio nome.»

  «…Gilda…?» replicò Walter basito.

  «Ines.» Fu la replica secca di Armando.

  «Ma quale Ines… INESE! ME CHIAMO INESE CON LA E!»

 

  E InesE con la E, stanca forse di vent’anni di menzogne, di bugie che aveva accettato finendo per confondere miseramente i confini tra realtà e finzione, decise di farla finita, perché quello spettacolo era durato anche troppo e giunti al terzo atto di quella pessima commedia era necessario concluderla con un colpo di scena memorabile, un’uscita degna di Sarah Bernhardt… Bette Davis… Tina Pica.

  Fu talmente veloce che Val si accorse di non avere più una pistola tra le mani solo quando qualcuno sparò un colpo sordo.

 

 

    Alle prime luci dell’alba del 20 luglio 1969, l’uomo sbarcò finalmente sulla Luna, pronunciando – tramite Neil Armstrong – la celebre frase “un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Certo, QUELLA era una vera notizia: succulenta, vincente, imperdibile. Le antenne di tutto il mondo erano sintonizzante nel captare voracemente le stesse onde e i mezzi di comunicazione non potevano lasciarsi scappare un’occasione così epocale: per un giorno al diavolo la cronaca nera, i delitti locali, gli affari infinitesimali non destinati a segnare la Storia.

  In questo modo la strana storia del Campo dei Miracoli, le vicende accadute quella notte, i lavori in corso trasformati in una rimessa per cadaveri e il ritrovamento del corpo del povero Fortunato – star dei film di Serie B e celebrità locale – finirono per essere dimenticati, condannati all’oblio proprio da chi – come me – era stato testimone oculare dei fatti accaduti in quella lunga notte.

  Gilda… scusate, InesE, non si era suicidata in un plateale gesto d’addio: piuttosto, aveva scelto di eliminare la fonte del problema direttamente alla radice. Sbarazzandosi di Armando, che cadde nella stessa fossa che stava scavando, con qualche difficoltà, per Fortunato.

 

  All’ombra dello sbarco dell’uomo sulla Luna, quell’episodio segnò comunque le nostre vite, costringendoci a rivedere le priorità della vita…

 

  Io, dopo la parentesi dell’allunaggio, tornai ad occuparmi di cronaca nera, ma devo dire che quella storia del Campo dei Miracoli, della KaliFormia e del Capitano Ray ha continuato a solleticare la mia fantasia. Sono tuttora in trattative con una casa editrice per scrivere un romanzo… chissà, magari diventerà un best-seller internazionale.

 

  So che InesE è tornata a Roma, dopo vent’anni passati in KaliFormia a fianco di Armando e delle sue idee nefaste, con tanto di parrucca rossa. Si tinse i capelli di nero, diede un taglio alla chioma e se non sbaglio… iniziò ad insegnare teatro d’avanguardia in qualche cantina sociale.

  Tornò a Roma nella 500 color panna acida guidata da Val: ah, anche lui ritornò al suo nome di battesimo. Valentino. E dopo essersi ricongiunto con i suoi genitori, finì per sposare Evelina e le cozze di suo padre, trovando lavoro nella pescheria del suocero in attesa di qualche concorso come impiegato del catasto.

 

  Ah, scusate… stavo quasi dimenticando il motore immobile di tutta questa vicenda: Walter.

  In effetti, quella notte del 20 luglio ’69, ci dimenticammo un po’ tutti del ragazzo: nel caos del delitto, nel clamore del momento, nel meccanismo tragicomico che si era innescato… scappammo velocemente senza chiederci che fine avesse fatto Walter, o almeno dove l’avessimo lasciato.

 

  Fu ritrovato alle prime luci dell’alba del 21, poche ore dopo che il piede di Armstrong aveva toccato il suolo lunare; qualche vicino aveva sentito le urla e lo sparo, così aveva chiamato la polizia. Una volta arrivati sul posto trovarono un giovane uomo seduto in riva al mare, intento a fumarsi una sigaretta, e due cadaveri in un campo brullo dietro una casa abusiva. Gli rivolsero una serie di domande incalzanti, tipo: “da quanto tempo è qui?” “Ha visto o sentito qualcosa di strano?” “Perché si sta fumando una sigaretta, all’alba, sulla spiaggia e poi con addosso il completo buono e le scarpe da cerimonia?”

  Walter rispose a tutto, con calma. Mentendo, per la prima volta nella sua vita. Mentì consapevolmente e lo fece anche molto bene, perché aveva meditato un piano durante quella lunga notte. Quando fu congedato dalla polizia, che lo invitò a restare nei paraggi per rimanere a loro disposizione, il giovane uomo annuì obbediente; poi si alzò dalla battigia, osservando la tiepida mattina che stava nascendo. Il cielo di vaniglia era talmente delicato da confondersi con la superficie appena increspata dell’acqua cristallina; la lunga spiaggia bianca si colorava dei primi riflessi dorati.

  Walter si tolse finalmente le scarpe da cerimonia, sentendo le dita dei piedi affondare tra la sabbia calda; si gettò la giacca sulle spalle e, sorridendo per la prima volta, iniziò a camminare seguendo proprio quella strada naturale tracciata dalla battigia.

  “In fondo, Gaeta è proprio un bel posto dove ricominciare”, pensò, mentre cercava di lanciare il proprio portafoglio con all’interno i documenti nel mare, il più lontano possibile.  

Anche durante il lockdown è difficile tenere le parole in gabbia, proprio come gli inseparabili pappagalli verdi che ormai "abitano" i parchi e i cieli di Roma.
Se volete curiosare nella (nuova) quotidianità - talvolta surreale e onirica - di una giornata di ordinaria quarantena (italiana), così simile a una qualunque Domenica d'agosto, leggete il mio nuovo racconto breve "RIAVVOLGERE IL NASTRO (Disperata, Nevrotica, Stomp)" condiviso proprio oggi da West Egg Editing (grazie!!!❤️🙏) in versione integrale su FB e in anteprima su Instagram.
Buona lettura e... un piccolo consiglio: prima di immergervi in questo delirio psichedelico e nazional-popolare, scomodate il grande Lucio Dalla e mettete in sottofondo "Disperato, Erotico, Stomp". Leggendo, capirete 😉
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Il Giorno della Marmotta! Ma sì, ecco dove siamo finiti. In una versione domestica del Giorno della Marmotta. Mettetevi l’animo in pace, cari campeggiatori, camperisti e campanari… dobbiamo solo aspettare che il regista chiami lo STOP.

RIAVVOLGERE IL NASTRO (Disperata, Nevrotica, Stomp)
di Ludovica Ottaviani


✐ Ore 10.25. Ho sognato Platinette che conduceva un talk show in una piscina, ma non riconoscevo nessuno degli ospiti perché troppo abbrutiti dagli effetti della quarantena. Ci si interrogava su come riavvolgere il nastro del tempo per poter tornare indietro, a quando indossavamo le mascherine solo a carnevale, le code si facevano per il Black Friday e ci si scambiava allegramente bottiglie, gelati e baci.
Poi Platinette passava la parola a me, l’esperta: avevo trovato la soluzione definitiva per rammendare questa falla nel continuum spazio-tempo danneggiato. Rivedere in loop tutte le serate di Sanremo 2020 su Rai Play. Alla centesima visione del Bugo-gate, con Morgan che insulta Bugo sul palco e quest’ultimo che gli volta le spalle abbandonando l’Ariston, so con certezza che il nastro del tempo si riavvolgerà riportandoci a febbraio, prima della pandemia. Mi sembra di sentire 92 minuti di applausi, ma in realtà sono solo i rumori di quelli del piano di sopra che zumbano mentre fanno bricolage. Il ragazzo della finestra di fronte, convinto tifoso romanista, ogni giorno spalanca la finestra allo stesso orario, indossando la maglia più bella e facendo partire Venditti. Nel frattempo l’inquilino del piano di sotto, con chitarra triste al seguito, distrugge il repertorio di Ed Sheeran stonando senza speranze. Della stessa filosofia è un ragazzetto sui diciott’anni che ogni giorno esce sul terrazzo tirando calci a un pallone e intonando le prime note disperate di Core n’Grato: adesso sì che sembra davvero di essere finiti a Poggioreale.
Onestamente non so più che giorno è, mi sento incastrata in un’eterna Domenica d’Agosto e sono incapace d’interrompere questo sconclusionato loop nel quale siamo caduti, un continuo Giorno della Marmotta casalingo. Ci sono dei giorni in cui scivolo nell’accidia, non so che ore sono, a malapena mi lavo i denti o mangio qualcosa, faccio colazione col caffè corretto al Tavernello e inzuppo un bastoncino Findus congelato come se fosse un Osvego.
Sono le 10,30 e la sveglia mi dà il buongiorno con la voce di Lucio Dalla.
Io sto sempre in casa, esco poco/ Penso solo e sto in mutande…
Sogghigno, chiudo gli occhi, cerco di concentrarmi sul verso dei pappagalli verdi che si rincorrono fuori dalla mia finestra, liberi. E per un po’ dimentico di voler riavvolgere il nastro di questa surreale Domenica d’Agosto.

🧕 Ludovica Ottaviani, scrive di film, scrive film, scrive. E altro. #RagazzaDelWeekend, umanista tutti i giorni.

 

  Lo so, sono sempre in ritardo... soprattutto per gli auguri di compleanno.
  Ma se questa volta la festeggiata è prestigiosa e ha compiuto, addirittura, 2773... forse valeva la pena perdere un po' di tempo per regalarle un omaggio modesto, ma sincero.
  Auguri, Roma bella.
  Roma sfrontata, Roma dolorosa, lacrimosa, caotica e bisbetica... Roma amaranto e oro. Roma, sfondo di risate, pianti, amicizie, baci e rabbia.
  Dedicato alla Città Eterna, ma soprattutto alle mie due amiche Chiara Di Fronzo e Veronica Nardi, che sono finite dritte dritte in un brevissimo racconto, un'istantanea di vita quotidiana.
  Vi voglio bene, ragazze mie. ❤️ Siete il mio cuore!
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  Eravamo sedute in fondo ad un bus, occupando tre dei quattro posti più defilati e lontani dalla folla di turisti vicino alla porta centrale. Una babele di idiomi e dialetti, più o meno conosciuti, guizzava dalle loro bocche caotiche rimbalzando fin dentro le nostre orecchie stanche dopo la lunga mattinata passata a girovagare sotto il freddo sole di gennaio, tra le rovine antiche e silenziose dei Fori Romani.
  «Certo che Roma è unica.» Esclamò all’improvviso Chiara, appena ci lasciammo il Colosseo alle spalle facendo rotta verso la piana – un tempo gloriosa – del Circo Massimo, arena degli antichi giochi e delle moderne passioni che scoppiano, vorticose, come colorati fuochi d’artificio nel cielo blu intenso della notte di Capodanno o sotto le stelle degli eventi d’agosto, dei mega concerti, dei raduni e delle manifestazioni benefiche.
  «Chiare’, non è unica. È na rottura de cojoni sta città» replicai perdendo le staffe «‘na Gotham inavvicinabile, ‘na città de pazzi che te tiene lontano e pure a distanza de sicurezza, perché sarà bella e mozzafiato come te pare ma… nun te vole. Roma nun lo vole er cittadino, lo spigne derentro ar Tevere, “affacciate, affacciate! Guardame quanto ‘so bella” e… zacchete. Manco te ne accorgi, e ‘sto museo a cielo aperto già t’ha spinto e stai ad affonna’. Oh.» Così dissi alla mia amica, trasformandomi di colpo nella sorellina der Monnezza perché, quando sono contrariata, esce fuori tutta l’anima romana nascosta sul fondo della mia irreprensibile attitudine britannica da donna che non deve emozionarsi mai.
  «Secondo me esageri» esclamò Veronica «forse perché la vivi male, tutti i giorni alle prese con la routine e il lavoro… corri di qua, corri di là. Non ti sei mai fermata a respirarla.» Saggia come Re Salomone, la mia amica aveva centrato il punto, ma avrei detto qualunque cosa pur di non ammetterlo.
  Chiara girò gli occhi al cielo. «Ma guarda…! Guarda che paesaggio… là fuori! Quale altro posto al mondo ha le rovine che si affacciano sulle acque verdi del Biondo Tevere, che convivono silenziose con il rumore scoppiettante delle risate dei turisti e degli ospiti in transito provvisorio, viandanti sulle strade consolari della vita che prima o poi vengono spinti a passare per Roma, perché tanto tutti finiamo per ritrovarci qui, in questa Città Eterna che forse è davvero il centro del mondo. Io ho girato un po’ il mondo, ma… non cambierei mai un giorno di brulicante vita a Roma con una felicità nascosta altrove, con un tramonto bello e amaranto, perché hai notato? Solo nella nostra città le nuvole si tingono di rosso e di oro al crepuscolo, e ti assicuro che in nessun altro posto al mondo succede… qualcosa vorrà pur dire. Viviamo nel crocevia della Storia.»
  «E spesso ce ne accorgiamo solo quando siamo lontani, alla giusta distanza.» Concluse Veronica. Entrambe si fissarono iniziando a sogghignare, sornione come i gatti dagli occhi gialli che popolano le ombre di Largo di Torre Argentina.

  Adesso che tutto è fermo, rarefatto come un’istantanea vuota da un set abbandonato; adesso che siamo stati costretti a rallentare, recuperando quel tempo dimenticato tra le pieghe del caos quotidiano, ecco: adesso i ricordi si confondono nella memoria, cambiando forma. Il nostro dialogo non fu proprio questo, ma vi assicuro che è stata l’essenza di mille discorsi tessuti nel corso degli anni, mentre la vita ci portava lontano, ci divideva, ci costringeva a correre più veloci. E proprio ora che la giostra della vita si è fermata all’improvviso, penso che Roma sia stata nel corso di questi anni lo scenario perfetto per le chiacchiere con le mie amiche, per le nostre gioie, i nostri dolori; per tutto ciò che abbiamo condiviso, per tutte le avventure che ci aspettano ancora là fuori.
  Perché, anche dopo 2773 anni, ci sarà sempre un crepuscolo amaranto e la brezza delle serate di giugno ad attenderci, è solo questione di tempo. Senza fretta… bisogna solo sedersi, chiudere gli occhi un attimo e imparare a respirare, apprezzando il suono del silenzio e ascoltando la voce delle campane che si diffonde, come un canto antico, nell’aria tersa.

                                                                             

                                                                  Un Anello di Fuoco

                                                                            - Parte 4 -

  «Tu… sei sempre il solito saccente, stronzo, socialista».

  «E tu la solita troia. Come vedi, siamo pari».

  Nell’angusto ascensore risuonò il rumore sordo di uno schiaffo. Isaac fissò la moglie, ansante. Lo aveva colpito in pieno volto con l’anello di fidanzamento girato, lo smeraldo contro la guancia dell’uomo. Quel che restava era un profondo solco largo cinque centimetri, dai contorni frastagliati, che sanguinava copiosamente inondando di piccole macchie il colletto della camicia dell’uomo.

  Isaac si limitò a fissare Zoe ancora ansante. Gli occhi sgranati. Il volto di lei contratto in una smorfia mostruosa, una maschera del teatro Kabuki.

  «Perdonami amore, io non… scusami amore, scusami tanto, davvero, scusa…»

  Zoe aveva iniziato a baciarlo sulla ferita. Il sangue stava tingendo le sue labbra come un rossetto, ma lei continuava a baciarlo, a soffocarlo di tutte quelle attenzioni che non gli aveva più concesso negli ultimi cinque anni. Isaac era imbambolato, vittima di uno strano incantesimo che lo rendeva inerme e impotente di fronte a quel macabro slancio d’amore; o semplicemente il Cuba Libre stava facendo sentire il proprio effetto dopo quasi ventiquattr’ore di veglia.

  Arrivarono al piano e, prima ancora di approdare in camera, stavano già seminando i propri abiti lungo il corridoio angusto.

  Quella notte fecero l’amore, con passione e trasporto, come non accadeva più da oltre un anno.

  Lei era… semplicemente bellissima. Alla luce dell’immensa luna piena che li sovrastava e che occhieggiava attraverso le persiane in legno, la sua pelle ambrata sembrava così… compatta, perfetta. Una sorta di bambola a grandezza naturale, una dea della perfezione crudele e spregiudicata, pronta a infliggere schiaffi e graffi perfino durante il rapporto, una crudele valchiria biondo miele che affiancava a un bacio appassionato un grido di piacere più simile ad un ruggito di guerra proveniente dalle viscere del Valalla.

  Una donna creola con lunghi dreadlocks raccolti in un turbante bianco e vestita dello stesso, accecante, colore rideva sguaiatamente mentre aspirava rapide boccate da un sigaro; un velo rosso scendeva improvvisamente avvolgendo la scena, incluso il volto di Michael Carmichael comparso all’improvviso a turbare la quiete della notte, mentre Zoe si lanciava in un sabba orgiastico con un imponente haitiano il cui volto era truccato di bianco, proprio come un sinistro teschio umano ghignante nelle tenebre.

  Strani sogni avevano assalito Isaac, costringendolo a svegliarsi; la fronte imperlata di sudore, l’orecchio teso per cogliere qualunque rumore. Ma dall’esterno non giungeva neanche un fiato, con la notte sempre più calda e l’aria praticamente irrespirabile. Zoe era sdraiata accanto a lui, nuda, nel letto: dormiva, il volto finalmente rilassato senza più nessun segno di astio o lotta. Si sfilò da sotto le coperte cercando di non fare il benché minimo rumore e, mentre si rivestiva velocemente assicurandosi che la pistola fosse ancora nella tasca interna della giacca, continuò a fissare la moglie addormentata.

  Splendida, spregiudicata venere della strada. O troia, come dicono i non letterati. Sapeva benissimo come raggirare un uomo, sembrava conoscere ogni mezzo lecito – o illecito – per farlo capitolare e per raggiungere, infine, i propri scopi.

  Da buon scrittore qual era continuò a fantasticare sulla propria consorte mentre scendeva in ascensore, mentre si sedeva di nuovo all’American bar guardandosi intorno, sorseggiando un bicchiere di rum dietro l’altro sotto lo sguardo vigile e indiscreto di Ramon, che lo teneva d’occhio a distanza di sicurezza.

  Il richiamo della notte fonda era allettante come il canto di una sirena sporcacciona: così, nonostante gli effetti del rum fossero già evidenti e la camminata più barcollante del solito, Isaac decise di assecondare il proprio istinto, lasciandosi alle spalle il Rio Claro e addentrandosi tra i vicoletti sudici, pittoreschi e silenziosi di Santa Clarita. Poche luci illuminavano il cammino degli stanchi viandanti dell’oscurità; un lampione faceva capolino ogni tanto, proiettando l’ombra giallognola della propria luce come porto sicuro per prostitute e spacciatori. La fauna locale sembrava mescolarsi a perfezione con gli sparuti turisti della Domenica, riconfermando ciò che Ramon gli aveva detto una volta arrivato: “tutto qui a Santa Clarita è discretamente insolito”.

  Un gruppo di ragazzini con vistose maschere e strane bamboline in mano lo travolse, facendolo barcollare; sarebbe caduto rovinosamente a terra, se non avesse intercettato all’ultimo momento il muro coperto di maioliche variopinte di una casa. Una di esse si staccò, frantumandosi una volta atterrata: pezzi di limoni, blu di Cina ed edere si sparsero al suolo.

  «Tutto bene, señor

  Una calda voce femminile aveva parlato alle sue spalle. Istintivamente, Isaac si voltò, incrociando gli occhi neri e senza fondo di una creola vestita di bianco.

                                                                     

                                                                 Un Anello di Fuoco

                                                                          - Parte 3 -

  La notte era statica; non un filo di vento, non un briciolo di brezza sospinta dal mare. Le foglie delle piante lussureggianti della reception erano ferme, in bilico nell’atmosfera polverosa. Le divise dei lobby boy erano sempre più intrise di sudore, i cappellini venivano poggiati sulle panche in legno della hall e il concierge si asciugava compulsivamente i baffetti radi con un fazzoletto di cotone grezzo. Quando adocchiò Isaac, fu combattuto tra l’istinto di abbassare lo sguardo facendo finta di niente oppure richiamare l’attenzione dell’uomo, come istintivamente fece.

  «Señor… la sua consorte, la Sig.ra Bloom, l’ha preceduta all’American bar».

  «La ringrazio…»

  «Ramon. Ramon Saint Just».

  «Saint Just… insolito»

  «Tutto qui a Santa Clarita è discretamente insolito, señor. Se ne accorgerà pian piano».

  Il sorriso accogliente di Ramon nascondeva, agli occhi di Isaac, un’inquietante nota sinistra. Come le belle unghie laccate di rosso di una donna che scivolano su una lavagna. Uno stridio inesistente riempì immediatamente le orecchie dello scrittore che fu costretto a scacciarlo via con vigore.

  «Tutto bene, señor

  «S…sì… domattina può svegliarci intorno alle otto? Siamo di partenza».

  «Di già? Ma è un peccato trattenersi così poco a Santa Clarita…»

  «Abbiamo un resort prenotato a Bahia per dopodomani, ci ha già pensato il mio agente. Questa è stata una… deviazione fuori programma».

  «Capito».

  Isaac osservò ancora una volta il sorriso sinistro di Ramon, i denti radi e spaziati. Per un istante si perse in quei vuoti, prima di accennare un sorriso a sua volta dirigendosi verso l’american bar del Rio Claro.

  Tra le poche teste coperte da cappelli di Panama chiari e gli abiti estivi leggeri che lo circondavano il suo sguardo si posò subito su Zoe che, come un’edera, protendeva naturaliter verso un misterioso avventore che le stava facendo compagnia.

  Seduto su un divanetto bianco di vimini c’era un distinto gentiluomo dall’accento britannico sulla quarantina, un coetaneo del sig. Bloom, una sorta di copia conforme dell’uomo ma in negativo – o in positivo: sbarbato, profumato, anello al mignolo sinistro, completo coloniale, capelli ordinati, corti e grandi occhi verdi. Trasudava eleganza e grazia, una leggerezza che la proiezione sbiadita di Isaac forse non aveva mai conosciuto.

Mentre si avvicinava alla consorte, l’uomo non poté fare a meno di notare la mano del misterioso gentiluomo che, fugacemente, sfiorava quella della signora Bloom.

  «Isaac…! Michael, questo è Isaac, mio marito».

  «Piacere, sig. Bloom» lo straniero tese, con aria affabile, una mano «vostra moglie mi ha parlato molto di voi e del vostro lavoro… mi sembra quasi di conoscervi da sempre».

  Sorrise, e il suo sorriso era una rassicurante luce nella notte oscura e tempestosa dei marinai. Un faro nelle tenebre. Accogliente.

  Una minaccia infida per Isaac.

  «La ringrazio, sig…?»

  «… Michael Carmichael, sì lo so, i miei genitori non hanno brillato per arguzia quando mi hanno battezzato!»

  La battuta fece ridere di gusto Zoe. Erano cinque anni che Isaac non sentiva il suono della sua risata, si era perfino dimenticato che nota avesse.

  Anche Isaac si sedette nel salottino di vimini.

  «Allora, sig. Bloom…»

  «Isaac».

  «Isaac… e così, siete uno scrittore».

  «Così dicono».

  «Genere?» Michael si accese una sigaretta.

  «Quello che capita. Dipende dall’ispirazione del momento. O dai soldi».

  «Siete uno di quelli che scrivono per denaro, sig. Bloom?»

  «Chi non fa cose per denaro oggigiorno, Sig. Carmichael?»

  Si fissarono. L’avventore venuto da lontano sorrise.

  «Touché Isaac… avete ragione. Io per esempio gestisco una piccola piantagione di canna da zucchero a nord di Brasilia, e non vi nego che posso permettermi un certo tenore di vita solo grazie agli introiti che ottengo».

  «Dal lavoro degli altri».

  «Prego?»

  «Gli introiti che ottenete… ma dal lavoro degli altri. Sfruttando la manodopera dei vostri braccianti».

  «Isaac, non credo che il sig. Carmichael – Michael – possa gestire da solo un’intera piantagione… coltivare non è proprio come scrivere».

  «Ma c’è tanta brutta letteratura in giro che suggerisce il contrario».

  «Siete un uomo di spirito, sig. Bloom».

  «Isaac».

  I due uomini si lanciarono una rapida occhiata di sottecchi prima di ordinare un Cuba Libre, un Godfather e un Martini On the Rocks.

  Solo quando arrivarono i cocktails ripresero a conversare amabilmente, almeno nei limiti della situazione. Non solo Isaac si era accorto che Ramon li aveva tenuti d’occhio per tutto il tempo, ma aveva notato gli sguardi fugaci che Zoe rivolgeva a Michael, con quegli occhi color ambra sempre pronti a sedurre il prossimo.

  «Cuba Libre, Isaac? Non avrai simpatie “rosse”».

  «Apprezzare le premesse della rivoluzione cubana in un paese fuori dagli Stati Uniti non credo mi possa tacciare di “simpatie rosse”, Michael».

  «Ancora una volta touché. Non posso negare che anch’io provo una certa simpatia per l’utopia cubana, dopotutto».

  «Utopia?»

  «Isaac, smettila… Michael ha solamente espresso il proprio parere, e su un argomento discretamente insidioso…»

  «Dico solo che non mi sembra il termine più giusto per definire una rivoluzione, ecco tutto».

  Sorseggiarono in silenzio i cocktail, mentre in sottofondo la stanca orchestra si preparava a esaudire per l’ultima volta, nel corso della lunga serata, una delle richieste del pubblico.

La squillante e stonata tromba mariachi era inequivocabile.

Si trattava di Ring of Fire.

  «Mpf… Johnny Cash… io adoro, Johnny Cash» esclamò improvvisamente Zoe «è uno dei miei preferiti… non so se conoscete qualcuna delle sue canzoni…»

  «Certo» rispose subito Michael, avvicinandosi pericolosamente al volto della donna «chi non conosce Walk the Line

  Cominciarono a sogghignare all’unisono, complici, facendo tintinnare i bicchieri e rovesciando del Martini sul tavolino di vimini.

  «Io non la conosco».

  Zoe e Michael, rotto l’incantesimo, fissarono basiti Isaac.

  «Ma… tesoro, è impossibile… l’abbiamo sentita insieme milioni di volte… »

  «Allora semplicemente non la ricordo perché forse non amo Johnny Cash. Certe volte capita».

  «Di… non amare Johnny Cash? – domandò sorridendo, rilassato, Michael».

  «Di non amare le stesse cose. O di amare ciò che non ci appartiene».

  Quando Isaac puntò i suoi grandi occhi cerulei in quelli verdi dell’avventore, quest’ultimo li abbassò in modo repentino, senza sostenere lo sguardo. Cominciò a fissare il tavolino, giocando con i noduli del vimini bianco. I suoi occhi furono sostituiti da quelli di Zoe, due fuochi ambra che ardevano.

  Di rabbia.

  Di passione.

  Di morte.

  Li serrò, fino a farli diventare come due fessure, come i felini pochi minuti prima di attaccare.

  «Michael caro, è stato davvero un piacere chiacchierare con te, ma… domattina dobbiamo partire molto presto, per cui ci aspetta una levataccia e io… oh beh, come quasi tutte le signore non sono una mattiniera!»

  «Si era alzata in piedi riavviandosi il tubino verde, lasciando a metà il proprio Martini.

Zoe non aveva mai lasciato a metà un drink, rifletté Isaac accigliandosi improvvisamente.

  «Isaac, è stato un vero piacere».

  «Anche per me, Michael» mentì lo scrittore, stringendo con vigore la mano del suo rivale del Venerdì sera «credo proprio che ci rivedremo presto. Molto presto».

  «Ci conto eh?»

  Sulla fragorosa risata di Michael Carmichael il coltivatore di canna da zucchero, la coppia lasciò l’American bar del Rio Claro, tornando nelle proprie stanze.

                                                                       

                                                                Un Anello di Fuoco

                                                                        - Parte 2 -

  «Intendi scrivere anche qui, oppure pensi di potermi concedere un po’ di tempo?»

  Il giovane uomo sospirò vistosamente, alzando e abbassando il petto come un mantice. Aveva abbandonato la giacca coloniale sul letto, sfoggiando una camicia di lino intrisa di sudore dopo il lungo viaggio.

  «Perché sei sempre così polemica, Zoe?»

  «Io non sono polemica. È che purtroppo conosco fin troppo bene i miei polli».

  «Vuoi scendere al bar conciata così?»

  «Perché? Cos’ha questo vestito che non va?»

 

  L’uomo fece scorrere lentamente i propri occhi dall’alto verso il basso, soffermando il proprio sguardo inquisitore sul succinto tubino verde indossato dalla moglie.

«Niente».

  La donna si accese una sigaretta osservando il marito che armeggiava con un taccuino di pelle. Si toccò istintivamente la fede e l’anello di fidanzamento, girandoli con un certo nervosismo.

  «Io vado al bar. Se vuoi, mi trovi giù “Hemingway”».

  Prendendo la borsetta, Zoe chiuse la porta dietro di sé.

  Il “suo” Hemingway, Isaac, era finalmente solo.

  Non voleva passare tutta la notte a scrivere, ma nemmeno voleva restare in compagnia della moglie. Aveva bisogno di restare un po’ da solo e di riflettere sul lento e inesorabile naufragio del proprio matrimonio. Cinque anni di lento, incessante, avvelenamento, un avvelenamento da metalli pesanti, di quelli che lasciano senza alcuna via di scampo.

Quando aveva incontrato Zoe l’aveva trovata subito splendida, spregiudicata e vitale: un’inarrestabile forza della natura molto più giovane. E siccome Isaac Bloom - origini ebreo-ashkenazite, opprimente madre dalla quale era stato costretto a tornare dopo il divorzio dalla prima moglie – stava già aggirando la boa di una precoce crisi di mezz’età, scorse nei lineamenti delicati e nei biondi capelli di Zoe l’unica chance per cambiare – o scappare – dalla propria esistenza condannata alla dannazione.

  Isaac non pensò mai neanche un momento che potesse essere proprio Zoe la definitiva condanna all’ergastolo: la ragazza si rivelò capricciosa, umorale ed esigente; pretendeva soldi e regali costosi, attenzioni costanti che Isaac non poteva – e non voleva – concederle, essendo uno scrittore. E uno scrittore è un creativo solitario e schivo, uno che ha bisogno del proprio tempo e della concentrazione per lavorare, altrimenti è condannato ad una lenta agonia. Forse aveva sottovalutato Zoe; magari aveva capito benissimo tutto questo e tentava da ben cinque anni di eliminarlo lentamente, sottraendogli prima di tutto il proprio lavoro, prosciugandogli la vena creativa.

  Isaac non sentiva l’odore di una buona idea da troppo tempo: non si ricordava più nemmeno che retrogusto avesse, né come riconoscerla in mezzo a tanti pensieri confusi.

  I suoi appunti corrispondevano ormai a un insieme confuso e indistinto di meditazioni sparse, di elucubrazioni contorte e ansie da esorcizzare. E Zoe non faceva il benché minimo sforzo per dissiparle.

  Isaac chiuse di colpo il taccuino. Lo ripose di nuovo in una tasca della borsa da viaggio e frugò più a fondo, tirando fuori alcune camicie e un paio di calzini, alla ricerca di qualcosa.

  Quando trovò un portafoglio e una rivoltella carica che nascose nella tasca interna della giacca, finalmente calmò il proprio spirito inquieto, apprestandosi a raggiungere la moglie all’american bar del motel.

Un Anello di Fuoco

- Parte 1 -

 

Love is a burning thing/

And it makes a firery ring /

Bound by wild desire /

I fell in to a ring of fire.

 

  La brezza soffiava forte dal mare verde, dalle acque che lambivano con violenza la lunga lingua di strada che li avrebbe portati oltre il confine, in un non luogo esotico dall’imprecisato nome nel quale avrebbero potuto perdersi senza ritegno.

  Da una parte, le acque limpide ma minacciose dell’Oceano.

  Dall’altra, il deserto rossiccio, malinconico perché avvolto nella propria polverosa desolazione.

  Al centro, una vecchia Bentley Coupé che avanzava macinando chilometri di asfalto al ritmo della tromba mariachi di Johnny Cash.

  Un giovane uomo dai capelli castani ribelli sedeva al posto di guida mentre, concentrato, armeggiava con un vecchio Stereo 8 senza mai staccare gli occhi dalla strada piatta e monotona; vicino a lui, sul sedile del passeggero, una bionda visibilmente più giovane, immortalata dal tramonto rossastro nel fiore dei suoi anni più belli: di bianco vestita, la pelle dorata e dei vistosi occhiali da sole bianchi per coprire gli occhi color ambra che nascondeva dall’invadenza dell’abbraccio del sole.

  Continuarono a percorrere la strada, senza mai fermarsi: passarono il confine con gli Stati Uniti, si lasciarono alle spalle il deserto desolato; ormai il tramonto sembrava già un pallido ricordo, il crepuscolo scendeva lentamente così come la notte umida e desolata.

Il piede dell’uomo spinse a fondo l’acceleratore, perché no, non potevano ritrovarsi a viaggiare di notte, da soli: avevano bisogno di una sistemazione, subito, al più presto. L’ennesimo non-luogo sconosciuto agli occhi del mondo nel quale riposare le loro stanche membra.

  Nel frattempo era scesa la notte sempre più umida perché vicina alle terre caraibiche; la notte afosa che taglia il respiro, rendendo impossibile perfino la fuga di qualunque pensiero partorito dalla mente impigrita.

  Premeva sempre più a fondo l’acceleratore, scalava con sempre maggior vigore le marce inserendo la più veloce; percorsero a più di cento chilometri orari quel ricordo di terra sospeso tra mare e atavica desolazione.

  Infine, approdarono a Santa Clarita.

Nessuno dei due sapeva esattamente dove si trovasse quella calda baia tropicale: forse era ancora in Messico? O forse no, forse avevano superato involontariamente il confine finendo in uno dei tanti stati sconquassati da faide, guerre e colpi di stato?

  Ma per quella notte non aveva troppa importanza per loro due.

  Il piccolo albergo che scelsero per passare la notte non era né il più bello, tanto meno il più rinomato: era solo il primo incontrato lungo la loro strada, mentre trascinavano nella polvere umida bagnata dalla rugiada nera della notte due pesanti valigie di pelle.

  Alla reception, nascosto tra due alte piante lussureggianti, era nascosto il concierge: un ometto con un paio di baffetti radi, denti separati e due piccoli e furbi occhi neri nervosi.

  «I signori desiderano?»

  «Vorremmo una stanza per la notte, per me e per la mia signora».

  «Due, se possibile».

  Aggiunse lei, la bionda, che nel frattempo si era accesa una sigaretta mettendo via gli occhiali bianchi.

  «Siamo spiacenti, signora, ma per questa notte c’è rimasta solo una doppia… comunque non credo vi possa creare problemi».

  L’ometto strizzò, malizioso, un occhio, senza nemmeno sapere, senza conoscere l’identità e le ragioni dei due avventori.

  «Va bene… la prendiamo lo stesso».

  Rispose il giovane uomo, puntando i suoi enormi occhi chiari nelle piccole pozzanghere nere del concierge.

  «Un documento, prego…»

  Frugando nella borsa da viaggio che portava a tracolla, l’avventore cavò due passaporti da una delle tante tasche interne. Li passò all’uomo del bancone, aspettando in silenzio e mordicchiandosi un labbro, mentre la propria consorte eseguiva un silenzioso giro di ricognizione semplicemente con lo sguardo.

  «Signor Bloom e Signora Bloom… grazie per aver scelto il nostro motel Rio Claro, a nome dello staff vi auguro di passare una buona notte e un piacevole soggiorno!»

  Uno dei lobby boy con divisa sudata si era già avventato sulle valigie e sul borsone portato dal Sig. Bloom quando quest’ultimo si sporse, repentinamente, oltre il bancone, in direzione dell’ometto:

  «C’è un american bar qui?»

  «C-certo, signore».

  «E… servite anche alcolici?»

  «Ma ovv-vviamente. A-abbiamo un’ampia scelta di rum e tequila messicana che…»

  «Grazie»

  Il Sig. Bloom sgusciò via con inafferrabile velocità, raggiungendo la vistosa Sig.ra Bloom nei pressi degli ascensori.

  Un brivido percorse subito il collo del concierge. Quel brivido sinistro e raggelante che avvertiva solo in determinate occasioni.

Ovvero quando al Rio Claro bussavano i guai.

OTELLO

- Tragedia con un pessimo, ultimo, atto -

PARTE 2

  Così si era introdotta di soppiatto sul set, con la scusa che era la compagna di Jerry: portando con sé, nella borsetta, uno degli orribili candelabri di zia Marnie, si era mossa con circospezione per evitare di incrociare il suo uomo da qualche parte mentre si affacciava ad ogni camerino, roulotte, bungalow per vedere se scorgeva la bionda troia ladra di fidanzati altrui.

  E quando la vide, seduta di spalle, non riuscì proprio a resistere, a fermare quella vocina martellante che le suggeriva: «Elimina la troia. Niente più ostacoli tra te e un uomo» insieme ad un’altra serie infinita di sciocchezze, tra le quali «ricorda di pulire la lettiera del gatto».

  In tal modo, con fermezza, sfoderò il candelabro dalla borsetta abbattendolo sulla testa di Iris.

  Rimase lì a fissare il corpo esangue della rivale. Finché Jerry non fece irruzione nel camerino, delineando la sua sagoma scura contro la porta.

  «Delilah?»

  «Jerry, io… io non so cosa…» fece cadere a terra il candelabro.

  «Tesoro, adesso calmati. Calmati. È…»

  «… è morta? Credo di sì».

  «Mort”A”? MortO, semmai».

  «Mort”O”?»

  Delilah si avvicinò, riluttante, al cadavere. Voltandolo, notò che il visino non era quello candido di Iris, bensì quello barbuto e vichingo di Adam, il regista del film.

  «Oh mio Dio… Jerry, ho ucciso Adam».

  «Questo lo vedo. Cosa pensavi di fare, eh? Capisco che era un tiranno ma… adesso hai davvero esagerato». 

  «Credevo… credevo fosse… qualcun altro».

  «Chi? Melanie Griffith?!?»

  «Iris». 

  «Iris… cosa…? Che diavolo c’entra lei adesso?»

  «Temevo che… che lei ti volesse portare via da me… che a te piacesse lei, che ti…»

  In tutta risposta, Jerry strinse Delilah tra le sue braccia, baciandola con passione e mozzandole letteralmente il fiato. Quando si staccarono, si fissarono intensamente negli occhi. Quelli scuri di lei, in quelli limpidi di lui.

  «Ti amo, Delilah».

  «Lo so, Jerry. Ma che facciamo adesso? Abbiamo un cadavere di troppo, e a breve qualcuno sentirà la mancanza del regista sul set».

  «Prendi un telo di plastica. Al resto penso io. Diamo un finale dignitoso a questo pessimo, ultimo atto».

  Il film fece la fine delle tante, tantissime opere prime che spesso trovano degli investitori ma che poi, per alterne vicende, rimangono ferme al pit – stop della creatività: la produzione decise letteralmente di “congelare” il progetto, soprattutto dopo l’improvviso, quanto inspiegabile, abbandono da parte del regista Adam Jensen, cavallo pazzo con famoso vizietto feticista: gli piaceva tirare di coca direttamente dai piedi laccati delle sue amichette.

  Certo, dopo quella battuta d’arresto nessuno si perse d’animo: Iris firmò un contratto da protagonista di un nuovo cinecomic che l’avrebbe portata per un anno in Nuova Zelanda; ma anche Jerry e Delilah non si arresero.

  Oh no, non di certo.

  Inspiegabilmente a lei tornò la voglia di scrivere: la sua nuova commedia, interpretata tra gli altri anche dal marito – ah sì, nel frattempo avevano trovato dieci minuti per firmare tutte le carte che ufficializzavano la loro unione – si era rivelata un vero successo nei teatri londinesi, dominando la scena della stagione dei premi: era una black comedy su una coppia dove lei era talmente gelosa – proprio come Otello – da confondere la realtà con la fantasia, finendo per uccidere la presunta amante del marito, per poi imballarla in un bel tappetto persiano. Il problema è che l’omicidio, il brivido del peccato e il fascino del rischio non facevano altro che rinvigorire il loro logoro rapporto.

  La pièce s’intitolava “Otello: Tragedia con un Pessimo, Ultimo Atto” e i critici più attenti non poterono fare a meno di notare il guizzo di genio dell’autrice nell’aver inserito un orribile candelabro in ottone a forma di donnina nuda come arma del delitto…

  …semplicemente una trovata scenica davvero geniale.

  Semplicemente p-e-r-f-e-t-t-a.

OTELLO

- Tragedia con un pessimo, ultimo, atto -

PARTE 1

“Sometimes I feel I've got to/

Run away I've got to/

Get away from the pain that you drive into the heart of me/

The love we share/

Seems to go nowhere

And I've lost my light/

For I toss and turn I can't sleep at night”

 

Sentì uno strano rumore alle sue spalle. Si girò di scatto e l'unica cosa che seppe dire fu un incerto «Ma come...?»

  Poi, più nulla. L’ultima cosa che avvertì fu un colpo secco dietro la nuca, un tonfo sordo sull’osso cranico sfondato. 

  E poi il silenzio.

  Infine la morte.

  Arrivata all’improvviso, come un’interruzione della corrente. Qualcuno aveva staccato la spina, e non se n’era nemmeno accorta. 

  Delilah era in piedi, ansante, con ancora il candelabro d’ottone in mano. Quell’orribile candelabro che le aveva regalato la vecchia zia Marnie il giorno del suo primo matrimonio: un’orribile coppia di pezzi di ferraglia a forma di donnine nude. E ci credo che, nemmeno due anni dopo, si era ritrovata ad usarli come ferma carte per le pratiche del divorzio.

  La ragazza di Brooklyn Heights aveva un debole, non troppo malcelato, per gli attori. O loro avevano un debole per lei, ancora non l’aveva ben capito. Li trovava bugiardi, affascinanti, irresistibili e scostanti. Forse loro vedevano in lei una stabilità che le giovani colleghe ricche e famose, a caccia di scoop da tabloid, non avevano. Delilah era una scrittrice, salita sul carro dei vincitori una sola volta nella vita per poi ripiombare nella terribile apatia del blocco dello scrittore, molto simile alla rassegnazione del polpo che decide di morire annegato nella sua stessa acqua.

  Aveva pubblicato, quattro anni prima, un romanzo che si era rivelato un grande successo editoriale; ovviamente i produttori di Hollywood fiutarono subito l’affarone e lo adattarono per il grande schermo, riempendo la pellicola di star: tra queste, c’era Dan.

  Dan, seduttore seriale di professione prima che attore, occhio ceruleo vispo e furbo, sorriso incontinente e naso rifatto dal miglior chirurgo di Beverly Hills; contro ogni pronostico non si accoppiò con la divetta nascente di turno - misure da angelo di Victoria’s Secret - ma scelse la scrittrice insicura e astigmatica.

  Nonostante i crescenti dubbi di lei riguardo alla fedeltà del consorte (legati soprattutto alla sua fama di grande amatore che spopolava sulle copertine dei rotocalchi) decisero lo stesso di sposarsi a Las Vegas, lei con indosso un abito color crema di taffetà, leggero come una piuma; lui invece in kilt e infradito di plastica, leggiadro come un monsone indiano nel pieno della stagione delle piogge.

  La cerimonia, con pochi invitati al loro cospetto, fu celebrata da un sosia di Elvis proveniente dal Messico, con tanto di tupè nero sintetico. Il loro matrimonio durò due anni tra alti e bassi, almeno finché una bella mattina Delilah non andò a comprare Vanity Fair con sopra suo marito che baciava un’altra donna, una bionda. Senza occhiali. E nevrosi.

  Così, ritirò fuori i candelabri di zia Marnie e cominciò ad usarli come ferma carte.

  Delusa ed amareggiata, aveva visto crescere in lei un fortissimo senso di sconfitta, legato principalmente al tradimento. Era gelosa, sì, e lo era sempre stata in fieri, ma era sempre riuscita a tenere a bada il suo lato “Psyco Jack” (come Nicholson in “Shining”) almeno fino a quel momento, fino all’incontro con Dan.

  Dopo il matrimonio raccogliere i cocci fu più difficile del previsto, considerando che anche l’ispirazione decise di abbandonarla di colpo, lasciandola senza idee, con la bozza di un romanzo sulla futilità dell’industria hollywoodiana e con un editore imbestialito e con il fegato devastato dalla bile. Figuratevi lo stupore di Delilah quando l’attore che stava interpretando il suo ultimo spettacolo in teatro, tale Jerry, le chiese di uscire.

  L’entusiasmo lasciò subito il posto all’ansia da prestazione e poi allo sconforto: e se anche quello si fosse rivelato un altro buco nell’acqua, un altro tizio interessato solo alla conquista, un altro uomo affetto da…

  … incontinenza sentimentale?

  Pensava a tutto questo mentre ascoltava la conversazione brillante del giovane inglese seduto di fronte a lei, occhi chiari e limpidi celati dietro un paio di occhiali da vista dalla montatura tartarugata, sorriso disarmante, aria da bravo ragazzo del college.

  Troppe note positive in un uomo solo, c’era puzza di fregatura.

  E si portò dietro questo pensiero latente, questo tarlo logorante, anche durante l’appuntamento successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora; perfino dopo dieci appuntamenti, una cena, un invito ufficiale in pubblico ad un galà di beneficenza, al circolo del tennis e perfino dopo la tradizionale cena di Natale organizzata in casa Miller, quel pensiero continuava a consumarla dall’interno.

  Un sospetto lacerante chiamato: gelosia. Un dubbio, che prima o poi doveva essere soddisfatto.

  Infine, quel giorno arrivò. La deflagrazione assunse le fattezze della nuova partner di set del suo compagno, tale Iris: bellezza bionda e disinibita della grande città del Midwest, occhi chiari privi di nevrosi e passato luminoso quanto il presente che le si prospettava. Un concentrato di allegria e leggerezza che non poteva passare inosservato soprattutto agli occhi di Jerry. Jerry, così bello e lanciato, intelligente, sorprendente, dinamico e di successo…

  Il mondo di Delilah era crollato quando, fuori da uno Starbucks del centro di Londra, aveva visto Jerry che abbracciava Iris e scherzava con lei.

  I suoi nervi già in cura da anni, tra Valium, Prozac e sedute di psicanalisi, non avevano retto al colpo. Così, mentre la pioggia cominciava ad abbattersi sugli occhiali da vista, rovinandole la messa in piega realizzata ad arte dal parrucchiere, quel pensiero si affacciò per la prima volta nella sua mente:

  Ucciderla. Doveva ucciderla, sbarazzarsi della rivale.

‼️MY LATEST INTERVIEW IS OUT NOW‼️
Fresh as Willy the Prince of Bel Air, I announce (of course) my latest interview about 50 shades of writing - among cinema, theatre, literature and comics - just because "I love to talk about nothing. It's the only thing I know anything about" (it's an Oscar Wilde quote😉).
Special thanks to MArteMagazine and all the people involved in the interview, for their patience and kindness ❤️
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‼️LA NUOVA INTERVISTA, FUORI ORA‼️
Ecco una nuova intervista fresca-fresca dove torno, ancora una volta, a parlarmi addosso... come del resto faccio di solito.
Perché dopotutto "amo parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto" (cit. Oscar Wilde) 😂
Ps ovviamente di cosa avrò mai parlato, se non di scrittura declinata in tutte le sue molteplici sfumature (cinema, teatro, narrativa, fumetto etc etc?) 😏
Grazie a MArteMagazine e a tutte le persone coinvolte per l'infinita pazienza (ma, soprattutto, per la gentilezza) ❤️
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www.martemagazine.it/interviste-2/item/16082-la-scrittura-e-il-talento-multiforme-di-ludovica-ottaviani?fbclid=IwAR2VgdQdA_hGxyyM-Gojvpthkkz-NS0lAvG5FsGrqkzUGA_YI02iyt-GBes
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“Down in Mexicali/

There's a crazy little place that I know/

Where the drinks are hotter than the chili sauce

And the boss is a cat named Joe”

 

  Una vecchia Saab viaggiava a velocità sostenuta lungo la Pontina, provando a schivare l’incalzante pioggia battente che produceva un ritmico ticchettio ogni volta che s’infrangeva contro il parabrezza. Quando il conducente inchiodò, di colpo, nei pressi di un piccolo motel dallo stile coloniale che si affacciava – triste come uno stonato solista – proprio su un trafficato incrocio, i Ray-Ban che indossava scivolarono lungo il naso finendo a terra, insieme alla 44 Magnum che aveva poggiato sul voluminoso borsone da palestra sistemato al posto del passeggero. Inforcando di nuovo gli occhiali da vista, infilò la pistola nella tasca interna del giubbetto di cotone stringendo i manici del borsone.

  Nella camera numero 6 del motel Rio Claro un uomo triste, solo, meschino, al verde e incollerito nei confronti della vita provava ad impiccarsi miseramente con la propria cravatta verde bottiglia dalla fantasia preraffaellita; quando le luci di un’auto catturarono la sua curiosità. Sbirciando appena attraverso le veneziane della finestra, notò la sagoma ingombrante di un uomo con dei ridicoli Ray-Ban e un giubbetto di cotone che bussava nervosamente alla porta della camera 5 solo con la mano sinistra, perché con la destra reggeva un voluminoso borsone da palestra. Restò in ascolto, in attesa di una risposta.

  Poi la porta si schiuse e, sulla soglia, comparve appena una figura indistinta che rimase nascosta nel buio della stanza: il suicida della Domenica notò soltanto che sembrava indossare qualcosa in testa, forse un cappellaccio o roba simile. L’uomo massiccio s’infilò furtivamente all’interno prima che la misteriosa ombra richiudesse la porta dietro di sé.

  Al vicino curioso non restò altro da fare che rimandare il suicidio, slacciarsi la cravatta e attendere dietro le veneziane; ma il silenzio opprimente che avvolgeva il motel, scandito solo dal monotono ticchettio della pioggia, lo convinse infine ad allontanarsi dalla finestra.

  Almeno finché un boato sordo non riempì all’improvviso l’aria, richiamando la sua attenzione. Un boato, e poi fu di nuovo il silenzio.

  Dopo interminabili minuti, da dietro le veneziane il suicida con cravatta preraffaellita notò un uomo e una donna che sgusciavano via furtivamente dalla camera accanto: la pioggia troppo forte confondeva i contorni e rendeva difficile distinguere le facce, ma vedeva benissimo uno strano tipo con cappello da cowboy, una donna in rosso e il borsone da palestra che aveva con sé l’omone che poco prima era entrato nella stanza, ma dalla quale sembrava non voler uscire.

  Un borsone dal quale facevano capolino mazzette da 100 euro, verdi, ordinate. Solo quando i due partirono a bordo di una Mini-Minor, l’uomo della camera 6 si decise ad uscire.

 

  In un autogrill lungo la strada aperto H24 una cameriera, stanca della propria monotona esistenza, trovava una svolta inattesa e provvidenziale nell’incontro fortuito con due misteriosi avventori in difficoltà, una donna in rosso e un uomo vestito come un bovaro texano. Le stavano promettendo la libertà, se solo un orribile uomo con degli stupidi Ray-Ban e una copiosa ferita alla testa non fosse arrivato a minacciarli, nel cuore della notte, alzando la voce e agitando una 44 Magnum nell’aria. Lo scampanellio improvviso della porta la spaventò a tal punto che fece cadere a terra un’intera brocca di caffè, che s’infranse al suolo.

  Che disdetta, mai piangere sul caffè versato, pensò ignara la cameriera.   

 

  Una Fiat Ritmo procedeva lentamente lungo la Pontina; aveva appena passato il motel Rio Claro lasciandoselo alle spalle e si dirigeva verso Sperlonga, ma i chilometri rimasti terrorizzavano il guidatore perché l’auto era troppo vecchia e quel motore che emetteva uno stridio metallico non lo consolava affatto. Quando poi iniziò a notare i primi sbuffi di fumo, era ormai davvero troppo tardi.

  «Che succede adesso?!?» domandò la ragazza seduta al posto del passeggero.

  «Non lo so… credo sia il motore, forse sta fondendo sto cazzo di trabiccolo» aveva risposto il ragazzo alla guida, un ventenne dal marcato accento partenopeo.

  Nic non era pronto ad affrontare quel fuori programma. Ma forse, visto come si stava mettendo quel periodo, non era proprio pronto ad affrontare la vita.

  La sua Fiat Ritmo lo stava lasciando in mezzo alla Pontina. Non aveva un lavoro. Metà dei criminali che aveva truffato volevano sfigurarlo o, peggio ancora, ucciderlo e infine Anja gli aveva rivelato di aspettare un bambino. Le cose non potevano andare peggio di così. O forse sì, visto che Anja aveva iniziato ad imprecare in russo, sua lingua madre.

  «No tesoro, ti prego, non ti ci mettere pure tu col russo adesso…»

  «Tu sei un deficiente. Mia madre aveva ragione. Mia nonna aveva ragione, fin da quando ha visto una tua foto… mi ha detto subito Anushka, lascialo perdere. Non vedi che ha gli occhi tondi? È un deficiente».

  «Grazie bàba».

  «Non chiamare mia nonna bàba. Solo io posso chiamarla così. Che facciamo adesso?!?»

  Dal motore si levò un denso fumo nero che stava invadendo progressivamente l’abitacolo, affumicandoli. Una manciata di secondi, e iniziarono a tossire.

  «Ho paura Nic. E se l’auto esplodesse?»

  «Hai mai visto esplodere una Fiat Ritmo?»

  «No».

  «E allora non ti preoccupare. Non possono esplodere».

  Dieci minuti dopo, la Fiat Ritmo aveva lanciato il proprio canto del cigno attraverso un raglio metallico, prima di impuntarsi come un mulo ai bordi della strada. Così i ventenni Nic e Anja si ritrovarono a vagare sotto il sole cocente di un Lunedì d’Agosto, alla ricerca di un posto dove ripararsi, un autogrill magari. Il ragazzo, con la sua maglietta verde acido con stampata la locandina de “Il Grande Lebowski”, apriva il corteo seguito dalla sua fidanzata, vestito leggero a fantasia floreale, zeppe vistose e passo ondeggiante.

  Proprio in fondo alla strada, accanto a un vecchio cimitero per auto, sembrò sbucare dal nulla un piccolo autogrill, di quelli vecchi e malmessi, con lo spiazzo antistante munito di pompa di benzina, una grande vetrata affacciata sull’esterno e il corpo dell’edificio prefabbricato in legno doghettato, bianco, come quello delle cabine di uno stabilimento balneare.

  «Ehi, c’è un autogrill».

  «Questo lo vedo. Allunga il passo, che questo sole mi ha fatto venire sete e fame».

  «Stai» il ragazzo iniziò a mordicchiarsi nervosamente un labbro «come ti senti?»

  «Sto bene Nic, sono incinta, non moribonda. Credo che mi avrai tra i piedi ancora per un bel po’» la ragazza sospirò «spero che abbiano la centrifuga di mirtilli. Ho voglia di mirtilli».

  La porta dell’autogrill tintinnò appena annunciando l’ingresso di Nic e Anja, che vennero subito scrutati da quattro paia d’occhi inquisitori. Il ragazzino, sentendosi in imbarazzo, farfugliò un impacciato «Buon… salve» che nessuno dei presenti ricambiò: sembravano tutti troppo pigri e fiaccati dal caldo perfino per rispondere o forse si stavano semplicemente godendo la musica che proveniva da una vecchia radio, un successo anni ’50 dei The Coasters, Down in Mexico.

  Dietro il bancone c’era una donna sulla quarantina, trucco nero pesante e sbavato, denti separati e corti capelli color miele, con addosso una divisa giallo mostarda. Accanto a lei c’era invece un giovane forse sui trent’anni, ma il sole aveva solcato troppo il suo viso lasciando dei segni indelebili che ne rendevano indecifrabile l’età esatta. Il suo abbigliamento curioso, da cowboy dell’Agro Pontino con tanto di camicia di lino bianca, turchesi al collo e cappellaccio ben calcato sui capelli che gli toccavano le spalle, lo facevano somigliare a uno degli invitati di una festa in maschera, e lo stesso si poteva dire della giovane donna seduta davanti al bancone: i capelli neri raccolti, un succinto abito rosso a pois che evidenziava le sue curve pericolose proprio come le labbra carnose dipinte dello stesso colore la facevano somigliare a una pin-up evocata direttamente dagli anni ‘50. In un angolo invece, dietro uno dei tavolini, se ne stava seduto un uomo dall’espressione malinconica e dal volto lungo: indossava un modello doppiopetto verde scuro fuori moda, da triste venditore porta a porta della Folletto o da commesso viaggiatore; al collo portava perfino un’improbabile cravatta dello stesso colore con orrenda fantasia preraffaellita. Non appena entrarono i ragazzi, alzò a malapena lo sguardo dalla propria tazza di caffè nero.

  «Salve, noi… la nostra auto si è fermata a qualche metro da qui, lungo la strada e così abbiamo pensato di approfittarne per fermarci un attimo e rifocillarci, anche perché lei è--»

  «Avete la spremuta di mirtilli?» Anja interruppe bruscamente Nic, rivolgendogli un’occhiata bieca. Il ragazzo si limitò a deglutire e ad abbassare lo sguardo sul bancone.

  Solo a quel punto il cowboy piantò un paio di grandi occhi color verde acqua in quelli nocciola e bovini di Nic; anche quelli del giovane uomo erano tondi, dettaglio che al ragazzo fece tornare subito alla mente le parole di bàba: occhi tondi. Allora è un deficiente. Solo quando notò l’espressione corrucciata sul volto del cowboy capì che stava sogghignando come un ebete, crogiolandosi in quel pensiero.

  «Non abbiamo mirtilli. Sono fuori stagione adesso».

  I ragazzi rimasero in attesa del resto della riposta che però non arrivò; Anja, sbuffando e agitando l’orlo del vestito, stava dimostrando tutto il suo astio.

  «Senta, non è che per caso… vendete ricariche telefoniche? No perché vorrei contattare l’ACI, ma sono rimasto senza soldi e quindi pensavo che magari… ricaricando… oppure magari che so, avete un telefono fisso, chiamo da lì e ce ne andiamo, oppure semplicemente qualcuno di voi può trovarmi un numero utile su internet». Nic, imbarazzato, deglutì ancora una volta: la bocca secca reclamava un bicchiere d’acqua. Il cowboy, in tutta risposta, si limitò a lanciargli un’occhiata bieca e laconica.

  «Vorremmo aiutarti, ma… credo che nessuno di noi abbia un cellulare carico o con del credito. Vero Pereira?»

  L’uomo triste dietro al tavolino distolse finalmente lo sguardo dal fondo del caffè nero.

  «Vero. Però dovrebbe esserci un telefono da qualche parte… no, Cosmo?»

  «Probabile… dobbiamo avere un telefono fisso, da qualche parte».

 «Grazie mille, io… davvero io non so come…» il ragazzo continuava ad eseguire strani saluti buddisti congiungendo le mani e seguendo il cowboy, che nel frattempo era uscito da dietro il bancone andando alla ricerca del telefono perduto. Le due donne non intervenivano. Non una parola o un movimento: sembravano quasi paralizzate, raggelate in quelle posizioni che avevano assunto perché spaventate da qualcosa. Mentre Anja cercava il pacchetto di sigarette nella borsa, notò che la cameriera con la divisa gialla stava piangendo in silenzio, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano senza farsi vedere da nessuno. Che strano, pensò la ragazza in russo. Provò a dire qualcosa nella sua lingua a Nic, ma il fidanzato era troppo impegnato a seguire come un cane da tartufo il proprietario, che iniziava visibilmente ad alterarsi. Prima di essere cacciati via, decise di approfittarne.

  «Scusate, posso usare il bagno?» ma in tutta risposta, per la prima volta da quando erano entrati, la cameriera gridò qualcosa sgranando gli occhi.

  «NO!»

  «Ehi, che modi!» sobbalzò la ragazza «ho chiesto solo se potevo usare il bagno… se era un problema bastava dirlo!»

  «No no, quello che Luciana vuole dire è che…» intervenne, imbarazzato, il cowboy. Ma sembrava impacciato e incapace di trovare le parole adatte per uscire da quella situazione.

  «…è che deve usare quello per i disabili. L’altro è fuori servizio, rotto» aggiunse Pereira.

  «Ok» replicò con calma serafica la russa, guardandosi intorno «per me non è un problema. Purché sia un bagno, no?»

  Pereira le indicò la strada con un plateale gesto della mano; mentre Anja sfilava verso il bagno scomparendo dietro la porta, un brivido sinistro attraversò Nic, come se l’aria fosse appena cambiata, carica dell’elettricità statica che preannuncia un temporale.

  Il bagno era piccolo, angusto e soprattutto buio. Distinguere le due porte era praticamente impossibile… qual era quello dei disabili? Aveva portato con sé il rossetto? Ma soprattutto, cosa avrebbero fatto con il bambino? Mentre mille pensieri le attraversavano in modo caotico la testa, Anja aveva imboccato casualmente una delle piccole porte di una cabina in legno con fogna a vista e nessuna finestra. Appena entrò fu travolta da un odore orrendo, indescrivibile, acre e nauseante, però pensò semplicemente che fosse un effetto collaterale della gravidanza, che magari il bagno era solo sporco ma per lei puzzava come una fossa comune. Con i piedi schiacciò qualcosa, sentì chiaramente un rumore di vetri infranti sotto il peso della zeppa. Imprecò in russo e, a tentoni, iniziò a cercare nel buio totale un interruttore della luce lungo tutta la parete; ma fu qualcosa di freddo e viscido a catturare la sua attenzione.

  Che cazzo era? Sembravano delle salsicce. Salsicce… calde? In un bagno pubblico? Continuando ad affidarsi al tatto, si rese conto che le presunte salsicce sembravano l’estremità di una mano. Che era a sua volta attaccata a un braccio. E che il braccio faceva parte di un corpo, molto più grande e grosso. Quando, con l’altra mano, si rese conto che la lampadina era appesa al soffitto e che si azionava tirando una cordicella, allora si decise ad illuminare il bagno. Ma ciò che vide la sconvolse a tal punto da farla gridare per l’orrore.

  Fu solo a quel punto che Pereira, il commesso viaggiatore in doppiopetto verde, perse la pazienza girando gli occhi al cielo ed estraendo da sotto la giacca una 44 Magnum che puntò subito contro Nic, senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Il ragazzo e Cosmo si bloccarono, fissando l’uomo.

  «Adesso ne ho davvero abbastanza» esclamò l’uomo rivolgendosi al cowboy.

  «Che… che succede?» domandò timidamente il ragazzo, temendo di ricevere come risposta un proiettile in piena fronte «i-io non… non stavo facendo niente di male, s-stavo solo seguendo lui che--»

  «Ok Cosmo, il ragazzino parla troppo: gli sparo io oppure ci pensi tu?» il cowboy non replicò, limitandosi ad abbassare lo sguardo «ho capito… e ancora una volta mi tocca fare tutto da solo… certo che te lo sei scelto bene l’uomo, bambolina» chiosò Pereira lanciando un bacio verso la pin up.

  «Porco».

  «Ada, non--»

  «Non interromperla, Cosmo! Lasciala tirare fuori le unghie, che la ragazza qui almeno ha grinta da vendere… in fondo, se non fosse stato per lei, tu puliresti ancora il culo a Tony…»

  «Posso…?» intervenne timidamente Nic, alzando la mano «chi sarebbe questo Tony?»

  Sulla sua domanda, Anja comparve sulla porta, sconvolta e irriconoscibile, pallida come un’apparizione spettrale.

  «Nic! Nic! Andiamo via, c’è un morto nel bagno e--» si fermò solo quando vide l’occhio cieco della 44 Magnum che Pereira le stava puntando contro. Il ragazzo, davanti a quella scena, fu scosso da un fremito irrefrenabile che gli suggeriva di agire, d’inventarsi qualcosa prima che fosse troppo tardi.

  «Non ucciderla! È incinta!».

  «Sei sempre il solito coglione, Nicola! Non raccontare i fatti nostri in giro!»

  «Davvero?» domandò con meraviglia Pereira.

  «Sì, lo abbiamo scoperto da poco».

  «E sti cazzi? Sai quanto me ne frega che è incinta? Voi due avete visto davvero troppo. E dovete sparire». In tutta risposta l’uomo tolse la sicura.

  «I patti non erano questi Pereira. Avrai i nostri soldi. Niente più morti».

  «I nostri… ehi, cowboy, credi che mi basti un quarto del vostro bottino per starmene zitto? Io vi ho visto, so cosa avete fatto in quel motel. E posso accusarvi della morte di Tony».

  «Stronzate!» gridò Ada alzandosi dal suo sgabello e avvicinandosi a Cosmo «c’è una testimone, Luciana, e ci siamo anche noi che possiamo confermare la verità. Sei stato tu a sparare a Tony».

  «Perché altrimenti avrebbe ammazzato tutti e tre… se non sbaglio, aveva già iniziato con il tuo bel cavaliere elettrico. A proposito, come va la costola “campione”?» l’uomo sghignazzò sadicamente. Ormai li aveva tutti in pugno. «Ci sono le mie impronte sulla pistola, è vero, ma – supponiamo eh – se io uccidessi i due ragazzini e la cameriera… non resterebbe nessuno in grado di poter confermare il vostro alibi. Mentre invece sono convinto che tanti, troppi, amici del compianto Tony potrebbero confermare che il suo braccio destro e la sua amante stavano tramando per eliminarlo, inscenando prima un finto rapimento per poi scappare lontano con i soldi rubati al defunto. Mi sono perso qualcosa?»

  Decisamente no, perché allo sguardo vigile di Pereira non sfuggì nemmeno il movimento furtivo della mano di Cosmo che scivolava dietro la camicia per prendere la sua pistola: il commesso viaggiatore sparò colpendo la mano destra del cowboy, che giaceva rantolante a terra tenendosi la mano zampillante sangue, incapace di sparare, incapace di difendersi in un ultimo disperato tentativo.

  L’avido commesso viaggiatore si inginocchiò solo per il piacere di puntare i propri occhi cinici in quelli tondi e inermi di Cosmo. Nei due grandi specchi verde acqua non c’era più nessuna speranza di salvezza, come pure nelle pozze scure e tonde di Nic che saettavano nervosamente dalla scena ad Anja, ansante, che non distoglieva mai lo sguardo mentre sussurrava una preghiera in russo.

  Quando partì un altro colpo, anche questa brocca di caffè che teneva in mano Luciana cadde rovinosamente a terra, infrangendosi in mille schegge impazzite che si andarono a confondere con le precedenti.

  Solo che questa volta, a sparare, non era stato Pereira. Un fiore rosso cupo si apriva lentamente all’altezza del suo fegato fino a sfiorire, inondando la camicia bianca di sangue. L’uomo cadde a terra di peso, incapace di capire, senza lamentarsi; quello che uscì dalla sua bocca fu un indistinto rantolio sommesso. Non si sarebbe mai aspettato che, a sparargli, fosse una donna, proprio una di quelle creature che l’avevano portato sull’orlo del suicidio meno di ventiquattrore prima. Ada se ne stava in piedi, davanti a lui, fissandolo con fierezza; le braci nere dei suoi occhi ardevano ancor di più, lucide di lacrime e paura. Era stata lei a raccogliere la pistola di Cosmo da terra e a sparare al triste commesso viaggiatore, che in nome dei soldi avrebbe fatto qualunque cosa, perfino trasformarsi da nullità in mostro.

  «Andate ragazzi» sussurrò la donna con voce roca «riprendete la vostra strada, e non dite di essere passati per Rio Claro. Ho un lavoro da finire qui».

  Nic si avvicinò ad Anja, prendendola per mano. Lei, per la prima volta, si lasciò guidare, lontana da quell’inferno; non si accorse nemmeno che le zeppe finirono nel sangue di Pereira, lasciando tracce ovunque, e che la t-shirt verde acido del suo ragazzo era sporca del sangue di uno sconosciuto cowboy di provincia. Il commesso viaggiatore lanciò un’ultima, pallida, laconica occhiata alla causa delle sue disgrazie, mentre Luciana continuava a piangere indisturbata, lasciando finalmente che il trucco si confondesse con le lacrime; solo Cosmo e Ada non li degnarono nemmeno di un’occhiata fugace, perché troppo impegnati a specchiarsi l’uno negli occhi dell’altra, come rapiti da un’estasi sinistra: ogni ostacolo sul loro cammino veniva progressivamente eliminato.

 

  La campanella tintinnò un’ultima volta e la porta dell’autogrill si chiuse dietro di loro; Nic e la sua fidanzata Anja tornarono finalmente al calore malsano emanato dall’asfalto, al sole cocente d’Agosto e all’odore della nafta che aleggiava sul distributore di benzina. Percorsero lo spiazzo senza mai voltarsi, senza guardarsi, ma stringendo con forza le rispettive mani, senza lasciarsi nemmeno un attimo.

 Solo quando furono a ridosso della Pontina sentirono, in lontananza, il rumore sordo di un colpo di pistola che si perdeva nell’aria.

 

RIO CLARO - Racconto Vincitore della Sezione Letteratura della Biennale MArteLive 2019.

Grazie a ROCK 'N' READ per la recensione esclusiva che potete leggere QUI:

www.rocknread.it/recensione-di-rio-claro-ludovica-ottaviani/​​​​​​​

Good morning vibes. ☕🏆❤️
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#biennalemartelive2019
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#martelive #edizionihaiku
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#Repost @martelive__
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Per Ludovica Ottaviani (@louadelson) la vittoria del concorso nazionale MArteLive 2019 nella sezione #letteratura ha portato in dote una serie di premi esclusivi: tra questi, la pubblicazione di un'opera originale con le Edizioni Haiku (@edizionihaiku). E noi non vediamo l'ora di leggerla!

Se avete un racconto o delle poesie nel cassetto, ricordate che fino alla mezzanotte di oggi le iscrizioni alla prossima edizione sono completamente gratuite!
👉bit.ly/MArteLiveConcorso
#concorso #scrittura #scritturacreativa #poesia #racconto

I'm so glad to announce that the stand-up comedian soul who's hidden inside me is ready to come back and enjoy this 2020...
U have to wait less then a month.
7.02.2020
Thanks to Fabrizio Funari for involving me in this new, exciting, experience. I'm so psyched, I can't wait!!
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#Repost @thelibrettist
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Treccani

#wordsandmusic

The librettist presents

Words and music | on Morricone w/ De Rosa + performances + bubbles

Date: 7 February 2020
Place: Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani
Piazza della Enciclopedia Italiana, 4 - Roma (Largo Argentina)
Time: 17:30 "Echoing Samuel Beckett's opera of the same name, wordsandmusic is a celebration of and journey thorough literature and music. The event aims to foster and promote the conversation around the relationship between words and music throughout history with a special focus on opera and its aesthetics." On the very first event, we'll be presenting the book "Morricone in his own words" by Ennio Morricone and Alessandro de Rosa and explore - through a series of live performances - the aesthetics of the artists that influenced the work of Morricone, from Bach to Petrassi.

Special guests:
@louadelson<28>@alessandro.derosa<29>@federico.marcucci96
@mathildescipioni
@eleonoraclaps_sopranoperformer
FREE ENTRY

DON'T MISS ON THIS.

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I'm feeling good as hell now. 🔥😍🎉
#winner
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#Repost @martelive__
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MARTELIVE SEZIONE #LETTERATURA - VINCITRICE

Durante le finali al Planet Roma la più votata della sezione letteratura è stata @louadelson, con il racconto "Rio Claro", un “pasticcio” di generi che spazia liberamente dal noir al western,
senza disdegnare qualche venatura horror/splatter.

Vi ricordiamo che da gennaio sarà di nuovo possibile iscriversi al concorso!
Per saperne di più sui premi della sezione letteratura ➡️ concorso.martelive.it/premi
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Siamo stati inattivi per mesi dopo l'uscita del primo capitolo... Ma adesso è arrivato il momento giusto per annunciarvi l'arrivo del SECONDO CAPITOLO della graphic novel ROUTE 66,scritta da Ludovica Ottaviani e disegnata da Arianna Bosa in esclusiva per @astromica.
Godetevi questa nuova, selvaggia, cavalcata attraverso i pericoli nascosti nel deserto nordamericano.
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We have been very inactive for months after the release of the first chapter. But now it's the right time to show you the second chapter of the graphic novel ROUTE 66, written by @louadelson and drawn by @ariboart for @astromica_.
Enjoy this new, wild, ride through the dangers of the North American desert.
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LINK IN BIO FOR THE FULL VIDEO

About December🏆
Thank y'all 🙏🏻❤️
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#rioclaro
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#Repost @arya_1992
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Zalib

La premiazione 🎉
@louadelson @libreriazalib @nero_press_edizioni @martelive__ @cattaneo.alberto
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This long night is over... The last ride in the wild heart of the short story RIO CLARO is just finished and in this pic I'm in front of a microphone again... It's just the beginning. Trust me 😉🎤🎶
(ps thanks a lot @arya_1992
And @sergio.mancuso13 🙏🏻😘)
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.<24>#Repost @sergio.mancuso13
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Planet Roma

@louadelson legge “Rio Claro”
Passione e intepretazione🔝
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#Repost @martelive__
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Planet Roma

Fate un salto anche in Sala Letturatura .. c'è sempre qualcosa di nuovo da imparare <3 Nelle foto da sinistra Valentina Ghelfi, Francesco Audino, Ludovica Ottaviani #MArteLive #SpettacoloTotale #BiennaleMArteLive #respiraLArte
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‼️It's official‼️ Astromica has found a new "home" among the shelves of @borribooks, inside Termini station. If u find yourselves wandering around that place, take a look at our catalogue: the first ten graphic novels are out right now. But in the next future u' ll find more titles like... "ROUTE 66"!! 😉
Follow us, read us, love us like we love u❤️
Kisses to all the "astro" boys and girls and always remember that... #noisiamoastromica
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MY PLAYS
Sotto il Segno dei Gemelli (Finché Morto non vi Separi)
Scusate il Disagio
Sympatya per il Diavolo
Route 66
Una Civetta sul Comò
Antologia PING PONG LETTERARIO (settimo torneo) edito da GIO.CA LIBRI
Antologia E' MEGLIO SCRIVERE... (autori vari) edita dall'Associazione I.C.S.
Antologia INTERIORA 2017 (Narrativa, Cut Up Publishing)
Hollywood Vetulonia!
Servizio in Camera

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