Aquilino .
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AQUILINO

Curricolo

 

Aquilino Salvadore (nome d’arte Aquilino) è nato a Tradate (VA). Ha pubblicato quaranta libri per bambini e ragazzi con le maggiori case editrici, alcuni tradotti in coreano, russo, ucraino, portoghese, spagnolo. Ha pubblicato sette romanzi per adulti. Gestisce...

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A che cosa è servito il teatro ai ragazzi? Vediamo di capirlo. Le prime due grandi conquiste riguardano l’energia e l’autonomia.

ENERGIA. L’energia che i ragazzi esprimono nel gioco è un rilascio che solo in apparenza è controllato. L’empito che appare spontaneo è in realtà filtrato da misure di sicurezza, di autoconservazione, di nascondimento. Si tratta di pulsioni in parte inconsce che manifestano conflitti e desideri. Quella che invece impiegano nello sport è finalizzata a un risultato sia personale (conseguimento di autostima e benessere psicofisico) sia sociale (estensione del sé, immagine di valore). Lo slancio energetico del teatro è più ampio, più profondo, più indefinibile.

Il teatro coinvolge a livello corporeo, ma non per superare gli altri conseguendo una medaglia: gli attori sono agonisti senza gara. Richiede un buon livello di efficienza fisica, ma senza presentare dei modelli e imporre obiettivi: l’obiettivo primario non è individuale. Il teatro richiede un’energia simile a quella dei sogni, in cui tutto è sanguigno, incontenibile, inarrestabile.

I ragazzi si muovono male, parlano in modo spento senza differenziare tra i contenuti e i destinatari, hanno una consapevolezza superficiale del contesto, sono ondivaghi e poco concentrati. Il teatro li costringe a soffermarsi sulla minima emissione vocale e sul minimo gesto, sul minimo movimento e sulla minima interazione con persone e cose.

Li costringe a essere presenti e attivati, li costringe a scoprire in sé e a richiamare alla superficie le risorse di energia che non sfruttavano.

L’energia che investono non è energia incontenibile. Viene incanalata e utilizzata nel modo migliore per creare e gestire l’armonia complessa della scena. L’investimento non è utilitaristico. Esso ricade sui soggetti portando loro benefici psicofisici inerenti alle relazioni con gli altri e con il mondo.  

Più che per compiacere il pubblico, più che per l’applauso, gli interpreti si attivano per sé stessi, per i compagni, per la scena.

La richiesta di energia diventa importante soprattutto per chi si è abituato a lasciarsi vivere dalla vita, assecondando gli altri, scansando le responsabilità, lasciandosi trasportare dal flusso degli eventi, moderando sempre le reazioni.

AUTONOMIA. Molti allievi stentano a inserirsi nel flusso energetico della scena. Avanzano pretesti come la difficoltà di memorizzazione e di comprensione, l’inibizione emotiva, le carenze fisiche. In realtà, sviluppano forme di opposizio9ne all’autonomia richiesta. Si ritrovano in uno spazio che non va gestito nei modi consueti. Con persone alle quali devono rivolgersi con modalità nuove. Devono parlare e vocalizzare, gesticolare e spostarsi, definire ed esprimere emozioni… come mai hanno fatto. Devono, soprattutto, rendersi autonomi dai  condizionamenti e dai limiti autoimposti che finora li hanno fatti sentire al sicuro. Il teatro li spinge ad avventurarsi in un territorio per la cui esplorazione sono previste doti di intraprendenza e capacità decisionale. Non hanno più una tutela. Sono soli in una squadra coinvolgente. Di fronte a un pubblico. E se la devono cavare.

RELAZIONI CON GLI ALTRI. I due gruppi che gestisco comprendono allievi di età diverse, dai 9 ai 12. Questo costituisce uno stimolo e un’attrattiva. Ho visto ragazzini vittime di bulli o ragazzine solitarie farsi sempre più sicuri, superando l’immagine svalutante di sé che si erano costruiti. Il teatro costringe a scambi di sguardi, a contatti fisici, a stabilire intimità virtuali con i partner, ad affrontare insomma la presenza fisica e psichica dell’altro. Per sostenere tutto questo, è necessario passo dopo passo rinforzare la propria struttura comunicativa, superando timidezza, facile emotività, inibizione.

RELAZIONI CON SÉ STESSI. Il ragazzo poco sa del mondo, meno ancora di sé. Reduce da assidui allenamenti atletici, facendo teatro si rende conto di non avere il controllo del corpo, nonostante i gol effettuati. Risulta goffo e insicuro. E, come gli altri, per quanto sia espansivo e addirittura petulante, fatica a esprimere con le parole emozioni e sentimenti. Scopre di sentirsi inerme di fronte a un pubblico. Si rende conto che non ha mai preso in considerazione l’occupazione sicura dello spazio. Si ritrova con una voce piatta e monotona. Si vede impacciato e insicuro. Ma il teatro, dopo avere svelato i punti deboli, attiva immediatamente la terapia. Con emozione, frustrazione e timore di non essere all’altezza, dà una mano a rendere più salde e stabili le strutture dell’Io. L’allievo si confronta con gli altri, si confronta con il pubblico, ma soprattutto con sé stesso.

RELAZIONI CON LA SCENA. La scena, per l’attore, è il mondo. Niente esiste al di là. Sulla scena nasce e muore la vicenda rappresentata, tutte le parole recitate sono lì. L’attore, per darle un significato, deve operare una sintesi fra presenza fisica e interpretazione. Egli è: sé stesso, la propria dissociazione (l’Io che usa il Sé), un altro da Sé stesso e cioè il personaggio, il ruolo. La complessità dell’arte attoriale obbliga a uscire da sé, per rientrarvi arricchiti da un’esperienza quasi extrasensoriale, dato che si svolge nel mondo dell’immaginazione. La dinamica è potente e coinvolge il ragazzo in un gioco più alto di quello infantile del “facciamo finta che io sono…”, perché ora è consapevole e arricchito dalla tecnica espressiva. La parte più difficile non è in un duello di lance o di spade, immaginando di essere eroi micenei. É di sentire in sé il dolore per la perdita di qualcuno o la disperazione della madre che vede uccidere il figlio. Tutto è finto, intorno all’attore, ma il teatro lo invita a rendere vere le emozioni. Come si fa a rendere il dolore? la disperazione? l’odio? l’amore?... Come si fa con la voce e con lo sguardo, con la mimica facciale e con il movimento del corpo? Nella vita quotidiana si ride molto, ma spesso le altre emozioni sono una maschera neutra. Il teatro invece le fa parlare.

RELAZIONI CON IL TESTO. Non ho voluto ridurre il testo delle tragedie a uso di ragazzi illetterati (ho visto pubblicazioni con riduzioni di Euripide in slang teen-comedy che ho giudicato oltraggiose, non solo per Euripide ma anche per i ragazzi). I ragazzi sono intelligenti e quello che non capiscono se lo fanno spiegare. Non voglio trattarli da bambini limitati. Il primo scoglio è quindi la comprensione, ma lo si supera in fretta: lessico, riferimenti storici e mitologici… Poi viene il rapporto denotazione-connotazione. Una frase sembra semplice, ma può nascondere significati più profondi da indagare. Quindi l’intenzionalità: quali sono i reali sentimenti del personaggio? E così via. Vengono poi le implicazioni ritmiche. Inserisco molte parti corali in metrica e rima o anche a verso libero. RELAZIONI CON IL CORPO. Il corpo libero sul palcoscenico è un corpo esibito in tutta la sua fragilità. Ne emergono i limiti funzionali ed estetici e l’adolescente è restio ad affrontare il pubblico. Stia tranquillo, il teatro gli insegna come fare. Il proprio corpo in vetrina deve non solo affrontare gli sguardi del pubblico, ma sostenere il rapporto con altri corpi. Quante volte mi sono sentito dire: io non lo guardo, io non lo tocco. Ora i miei allievi osano fissarsi negli occhi con l’intensità voluta, ma per molti di loro c’è voluto un percorso. Ora affrontano coreografie di corpi in movimento, ma hanno dovuto accettare la novità di un corpo scomposto e superare il timore di coinvolgimenti fraintesi.

RELAZIONI CON IL REGISTA. Che cosa rappresento io per gli allievi? Mi danno del tu, mi chiamano per nome, ma ogni tanto rispunta un prof. Il perché è presto detto. Sono loro amico, ma non nel senso di amicone. Il nostro rapporto, d’altronde, si limita all’incontro settimanale. Io sono anche l’autorità e questo deve essere chiaro. Come deve essere chiaro che il teatro è impegno, serietà, responsabilità, puntualità, ordine, correttezza… Non è facile ottenere tutto questo da ragazzini che vogliono, anche, divertirsi. Non è facile preservare la loro spontaneità e richiedere al contempo disciplina assoluta. Non voglio un laboratorio con manichini ambiziosi che obbediscono a bacchetta pur di primeggiare. Il nostro è un laboratorio alla buona, in cui ci si riesce anche a divertire. Si lavora sodo. I ragazzi imparano a collaborare e a impegnarsi non solo per sé ma anche per gli altri. Il teatro non è fare gli stupidi su un palcoscenico, ma è una fatica dura che, per noi, ripaga solo per un’unica serata.

 

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