Daniela Igliozzi
Roma
069130645 - 3356299498

Attrice di teatro, cinema, Tv, Radio, doppiaggio. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Scrittrice. Drammaturga. Fa parte del Cendic – Centro Drammaturgia Italiana Contemporanea. Per il Cendic organizza e cura annualmente Festa alle donne contro il femminicidio.

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I MIEI POST

Attore, autore

 di  Giancarlo Sammartano

 

     Quando l’Attore si fa autore la sua dionisiaca ambiguità, la sua artistica finzione, la sua effimera composizione si fa solitudine, silenzio, sincerità. Il suo tempo si dilata e il ricordo della scena a colori, venato di nostalgia, diventa sincera ispirazione sul bianco e nero della pagina.

     La storia spiega -a chi vuol vedere- molto bene il salto nel vuoto tra il copione e la scena. Due strade divergenti, eppure destinate ad incrociarsi sempre: la parola poetica, letteraria del testo, per di qua; la danza dell’attore nell’irripetibile genesi –qualcuno la chiamerà improvvisazione- dello spettacolo, per di là. E così per un lungo tempo si è pensato, creduto, voluto credere, che il Teatro avesse nella pagina del libro la sua radice remota, la sua àncora sommersa. La parola poetica, il suo combinarsi in metafore, allusioni, figure, immagini, evocazioni, ha significato a lungo un valore dominante sulla rappresentazione. Lo spettacolo sarebbe così un tempo effimero, consegnato unicamente alla memoria di chi ha visto; mentre la drammaturgia è uno spazio solido nella coscienza di chi ha saputo, leggendo, ascoltare. Eppure la parola, che sopravvive stabilmente nella pagina, ha avuto il suo momento magico nel colore della rappresentazione, nel corpo vitale del suo poeta, l’Attore. La creazione del teatro si materializza solo con la sua presenza, attraverso la sua mobile e indefinibile arte, diversa e superiore proprio perché inimitabile. Il gioco dell’attore, tra sincerità e finzione, è il metro concreto per stabilire un ordine di grandezza dell’architettura scenica. E quindi quando un attore scrive (Eschilo, Plauto, Shakespeare, Molière, Eduardo…) si può essere certi che la parola che sembra letteraria, è invece scenica: parte dal foglio ma torna al libro rigenerata dal gesto che l’ha sostenuta.

     Come un biscotto secco inzuppato nel vino vecchio.

     C’è poi la visione di fondo che Teatro e Spettacolo non siano la stessa cosa. Questo sta in quello, ma non può comprenderlo tutto. E’ una divaricazione, fisiologica nel secolo del relativismo appena trascorso; è la convinzione ideale che lo spettacolo sia solo una parte visibile, l’epifanìa di un insieme nascosto, di una concezione del mondo che va oltre l’estetica delle forme. Il Teatro si materializza nel tempo e nel luogo dello spettacolo, ma vive una dimensione segreta che lavora ad incarnare un’idea: la mutazione perenne dell’uomo, non necessariamente evolutiva, ma sempre verticale e metafisica. Una trasfigurazione capace di afferrare le cose alla radice: e per il teatro la radice dell’uomo è l’Uomo. Così l’Attore che scrive, cambiando registro, confonde la sua apparenza, sottraendosi alla scena compie il suo rito sacrificale.

       Come Ifigenia in Aulide, riapparirà in Tauride.

 Nella forma della drammaturgia Daniela Igliozzi ci manda un messaggio da molto lontano, tutto intriso dalla nostalgia del Teatro e dello spettacolo. I suoi drammi, come capitoli trasversali del suo romanzo di attrice parlano della sua storia, dei suoi incontri, delle sue passioni artistiche, del suo impegno culturale e quindi civile. Parla anche di sè, della sua vita donata con amore interamente all’arte come di un lungo, ininterrotto esame orale che ora si fa tema scritto. Appassionante e sofferta pagina di storia raccontata con il distacco di un’epica animata dal respiro intimo della poesia. Ma è in filigrana che si cela il vero messaggio. Parla di tutto, pensa ad una solo cosa: al momento sospeso, irripetibile del chi è di scena, del sipario che aprendosi, chiude, taglia fuori l’anarchia del pensiero e mette al passo corpo ed anima verso la creazione originale: personaggi che vivono oltre la storia, in un tempo sospeso, in attesa del loro teatro da farsi. Perché Daniela Igliozzi conosce per esperienza la complessa natura del giocattolo del Teatro; sa farlo funzionare senza romperlo, aggiustarlo senza smontarlo. La sua capacità di cogliere con un solo sguardo tutto il processo organico del teatro, dalla scrittura alla contromarca del guardaroba (Brecht direbbe: Quanto costa, il Teatro?), è propriamente ciò che divide gli autori teatrali dagli scrittori, gli esploratori dai viaggiatori.

    Mi piace pensare che Daniela scriva a voce alta e scrivendo si ascolti, si provi, racconti anche a se stessa quello che i suoi personaggi le dettano.  Le sue storie, così varie e sorprendenti, per vie diverse formano un piccolo ma prezioso mosaico teatrale. Così, scrivere non è un più il fine ultimo: è un pretesto per tornare -ancora e ancora- in scena. Sa, Daniela Igliozzi che il teatro è un farmàkon, è l’omeopatica medicina che si assume per via aerea, ma che pure sa entrare nel circolo vitale di chi lo fa e di chi lo guarda. Metafora e parabola della capriola mortale che confina con la vita. La stagione della formazione di Daniela Igliozzi è nella più viva corrente dell’ultimo novecento: il teatro di regia, la tradizione attorica, la rivoluzione delle avanguardie, dei nuovi spazi, della sperimentazione interdisciplinare (Daniela Igliozzi è -e non anche- una pittrice originale e creativa), delle parusìe del Living Theatre, di Brook, di Grotowski, di Kantor, Wilson, dell’Odin Teatret…

    Daniela Igliozzi testimonia infine una silenziosa, testarda e coerente partecipazione al sogno di un Rinascimento del Teatro come luogo magico, stazione di scambio tra arte e vita, tra gioia del divertimento e piacere della conoscenza. Di chi? Per chi? Ma di sé, degli altri, del mondo.  I suoi testi vanno ora letti, oltre le storie che raccontano, come una summa di spunti che illustra ed interpreta al meglio il tema della vitalità del teatro nel suo ancorarsi alla pagina per rammentarsi il tempo e l’aura della sua fondazione. Vanno letti in prospettiva, come i copioni di un suggeritore che è stato a lungo suggerito.

 

                                                                                                   Giancarlo Sammartano

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TIN HINAN REGINA DEL DESERTO IMMIGRATA

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